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February 25 Il Vuoto Intorno (Prima parte) Si sentiva come se fosse sospeso nel tempo, eppure tutto intorno a lui continuava a scorrere, era come una roccia su cui il fiume del tempo si infrangeva. Ciò che lo aveva portato fino a quel punto partiva da un evento di tre giorni prima e ora la sua vita stava per arrivare alla svolta decisiva, al bivio che avrebbe definito per sempre cosa e chi lui sarebbe diventato nell’immediato futuro. Ma procediamo con ordine e torniamo a quattro giorni fa. Il nostro protagonista si chiama Dustin, Dustin Pretchett, ha 26 anni e vive a Dublino da circa 6, è alto un metro e ottantadue, leggermente fuori forma, moro, capelli corti, con viso abbastanza anonimo e decisamente in cerca di un lavoro decente. Quel giorno, il 21 Dicembre 2007 è indaffaratissimo a ripulire casa sua per la consueta visita natalizia di genitori e parenti; non è una casa grande, ma vivendoci da solo è comunque un bel daffare. Verso l’ora di pranzo gli arrivò la telefonata di un suo amico, Jarod, con cui si sarebbe trovato nel pomeriggio al St. Stephen per fare gli ultimi, disperati, acquisti natalizi al centro commerciale. Quei giorni erano particolarmente freddi e bagnati, da una settimana la pioggia non smetteva di inondare le strade irlandesi e Dustin abitava abbastanza lontano dal parco; arrivò con mezzora di ritardo all’appuntamento, visto il traffico tremendo che portavano con se i temporali, e rimase stupito a trovare il suo amico intendo a parlare con due turiste: Jarod non era, infatti, il tipo che fa la prima mossa e vista l’avvenenza delle due ragazze, Dustin dubitava fortemente che fossero state loro a rivolgergli parola per prime. Quando si avvicinò al terzetto, le due straniere si allontanarono di fretta, come se fossero state spaventate dall’arrivo del nuovo venuto. “Tante grazie Duz! – gli disse sorridendo e senza astio l’amico – Per una volta che sto facendo qualcosa di buono, arrivi tu e le spaventi!” “Non è colpa mia Jay, magari si sono accorte che oggi non ti sei fatto la doccia con particolare cura!” “Come se fosse vero! Dai, muoviamoci a comprare quello che ci serve e poi andiamo a sbronzarci da qualche parte.” Uscirono dal St. Stephen che ormai stava per chiudere si diressero verso Temple Bar, come di consuetudine quando c’erano pochi turisti in giro, fecero un giro per i vari pub e poi decisero che era arrivata l’ora di tornarsene a casa. La mattina dopo Dustin fu svegliato dal campanello che strillava come se chi era alla porta facesse dell’entrare una questione di vita o di morte, si alzò ed andò a vedere chi aveva tanta fretta che lui aprisse, guardò dallo spioncino e vide che era una ragazza che lui non conosceva, quindi esitò ad aprire, fino a quando lei non lo chiamò per nome, a quel punto si decise girare la chiave e cautamente schiuse la porta; la ragazza sul pianerottolo davanti a lui era decisamente bella: un metro e settanta, capelli castani, lisci, lunghi fin sotto le spalle e, da quel che poteva intravedere sotto gli abiti pesanti, con un fisico ben proporzionato. “Chi sei?” furono le prime parole pronunciate quel giorno da Dustin. “Sono Francine, una delle due ragazze che ieri parlavano col tuo amico al centro commerciale, ricordi?” disse la ragazza con accento francese. Il pensiero andò al giorno prima e a come le due giovani se ne erano andate dopo che lui era arrivato. “Mi ricordo vagamente, ma cosa ci fai qui? Come hai trovato il mio indirizzo?” “Non è importante, tu vestiti e andiamocene da qui, fai in fretta.” Disse lei spingendolo dentro casa. “Ehi, ehi, aspetta un minuto! Non posso andarmene così e soprattutto con una persona che neanche conosco. Allora, mi vuoi dire cosa vuoi?” replicò irritato Dustin. “Non ti basta che una bella ragazza ti chieda di uscire con lei? – rispose beffarda la francese – Ok, te lo dico senza mezzi termini: tu sei in pericolo e se non ti sbrighi questa casa diventerà la tua tomba.” “Incoraggiante! E io dovrei crederti? Faresti prima a dirmi che sono il nuovo Messia e che il Papa vuole la mia testa! Andiamo, sii seria e dimmi perché dovrei seguirti e per quale motivo sei venuta a svegliarmi a quest’ora di sabato mattina!” “Tu non vuoi capire, eh? Non sto scherzando. La tua vita è in pericolo!” A riprova di quello che stava dicendo la ragazza, la finestra del soggiorno venne infranto da una pallottola che andò a conficcarsi nel soffitto. “Sei contento ora? Muoviti, non c’è un minuto da perdere!” Dustin, bisogna dirlo, era abbastanza spaventato e non replicò, né si ribellò quando Francine lo spinse in camera; si vestì in fretta e furia e nel giro di pochi minuti lui e la ragazza erano fuori dal palazzo, lì vi era una BMW M3 grigia ad aspettarli con dentro l’altra giovane che era al centro commerciale il giorno precedente, vi entrarono e partirono a tutta velocità dirigendosi fuori da Dublino. “Mi volete spiegare cosa diamine succede e perché mi hanno sparato in casa?” Le due ragazze iniziarono a parlare tra loro in francese, dopodichè Francine si voltò e iniziò a spiegare a grandi linee qual’era il problema. “Tu hai ricevuto un pacco qualche giorno fa e dentro al pacco c’era un diario o un libro. Quelli che ti hanno sparato oggi vogliono quel libro. Noi anche. Solo che loro vogliono che tu muoia per paura che tu abbia letto quel libro, noi vogliamo che tu lo legga e lo capisca fino in fondo. E’ da quando quel pacco è partito da Roma che lo seguiamo ed è così che abbiamo trovato te.” “Un pacco? Dovrei aver ricevuto un pacco? – disse pensoso Dustin – Ah! Sì! Dovevo andarlo a ritirare lunedì, mi hanno recapitato l’avviso ieri perché non ero in casa quando è passato il postino. L’ho trovato ieri sera, dopo che sono rientrato dal centro commerciale.” L’altra francese inchiodò, si fermò in mezzo alla strada e si voltò verso il ragazzo. “Tu non hai il libro? – chiese adirata, poi voltandosi verso Francine – Mi avevi detto che lui aveva il libro! E invece non ce l’ha! Fino a lunedì non ce l’avrà!” “No, aspettate, in realtà non ce l’avrò fino a mercoledì. Martedì è Natale, quindi lunedì l’Ufficio Postale è chiuso. Sì, fino a mercoledì il libro rimane al sicuro alle Poste, decisamente.” “No. – lo corresse Francine – L’Ufficio Postale sarà anche chiuso, ma noi possiamo comunque avere il libro. Dobbiamo tornare indietro Valerie, entrare al deposito postale e poi scappare col libro. Loro non sanno che lui il libro non ce l’ha e lo staranno cercando a casa sua” “Ok, va bene, ma stavolta stai attenta, non voglio dover scappare anche dalla Polizia come è successo a Roma.” Fecero inversione e si reimmersero nel traffico dublinese, arrivati a destinazione Francine scese dall’auto, si tolse il cappotto e iniziò a cercare una porta che fosse nascosta dalla vista dei passanti. Mentre aspettavano in macchina Dustin cercò di porre qualche domanda alla ragazza rimasta con lui, ma ottenne solo risposte vaghe o gli veniva detto che quando avrebbero avuto il libro tutto sarebbe stato più chiaro; dopo dieci minuti scattò l’allarme e Francine sbucò di tutta fretta da un vicolo con in mano un pacco. Valerie accese il motore e le andò in corso, poi tutto fu velocità e asfalto. “Cosa diamine è successo? Ti avevo detto di stare attenta!” sbottò la guidatrice. “Io sono stata attenta. Gli altri no. Sono arrivati mentre stavo andando via, entrando dalla porta principale, come se niente fosse. Ovviamente hanno fatto scattare tutti gli allarmi che c’erano dentro quel posto, ma sono riuscita a trovare quello che cerchiamo prima di loro.” A quel punto scartò il pacchetto e passò un libro all’apparenza abbastanza datato a Dustin. “E’ questo il libro che doveva arrivarmi? Sembra di valore, almeno per un antiquario o una biblioteca.” “E’ di valore. – disse stizzita Valerie – Più di quanto tu possa immaginare. Ancora non capisco perché Giovanni l’abbia spedito a te!” “Giovanni? State parlando del professor Ruggeri?” “Certo che stiamo parlando di lui!” rispose la pilota. “Ma non lo vedo dai tempi in cui feci il corso di Storia Medievale a Firenze più di 5 anni fa!” “E non credo che lo rivedrai, visto che subito dopo aver spedito il pacco è stato ucciso da quelli che ti stanno cercando.” Chiarì Francine. “Ehi, ehi, calma, in cosa mi avete coinvolto? E’ già grave che qualcuno mi abbia sparato dentro casa e ora viene fuori che il mio professore mi ha coinvolto in qualcosa per cui lui ha perso addirittura la vita? Fermate la macchina e fatemi scendere, tenetevi il libro e rischiate voi la vita. Ho detto FERMA LA MACCHINA!” “Smettila di gridare, idiota! Se potevamo fare noi quello che Ruggeri vuole che tu faccia, non saremmo venute a prenderti. Leggi quel maledetto libro e sii un po’ uomo!” esclamò adirata Valerie. “Sii un po’ uomo. – le fece verso Dustin – Mi volete dire chi diamine siete voi due e cosa c’entrate col professore?” “Le domande falle dopo, ora leggi quel maledetto libro, dobbiamo andare da qualche parte e se non ci dici tu dove, non sappiamo cosa fare.” Asserì la guidatrice. “Siamo messi bene, voi due mi venite a prelevare, mi date un libro che non riuscite a leggere e siamo anche inseguiti.” “Inseguiti?” trasalì Francine. “Sì, inseguiti! Belle avventuriere che siete! – rispose il ragazzo – E’ da quando abbiamo lasciato Dublino che quella Mercedes non ci molla un secondo.” “Potevi dircelo prima! Reggetevi, cerco di seminarli.” Proruppe Valerie. Il motore della BMW urlò a quel punto tutta la sua potenza e la guidatrice dimostrò di essere una scavezzacollo senza limiti: a oltre centoventi chilometri orari si infilò nelle stradine di un paesino che stavano attraversando, fregandosene dei sensi unici e delle zone pedonali, un incubo su quattro ruote che durò cinque minuti, ma che a Dustin sembrarono cinque minuti di troppo. Dopo un’ora si fermarono ad un distributore di carburante con annesso snack bar; scesero tutti e tre e finalmente lui riuscì a vedere in faccia anche Valerie. Era una ragazza bionda, dai tratti sofisticati, alta più di Francine e con un fisico sicuramente costruito in palestra o in piscina, ma di certo non privo di grazia. Era decisamente in bella compagnia, se non fosse che era inseguito da pazzi omicidi. “Mentre io entro a fare un po’ di scorte, tu e Francine rimanete qui. Cerca di capire dove il libro vuole che andiamo e fallo in fretta, altrimenti continueremo a girare a vuoto.” Disse la bionda mentre si dirigeva verso lo snack bar. Dustin la guardò allontanarsi e poi si rivolse verso l’altra ragazza. “ Non ho ancora capito cosa diamine volete che faccia.” “Non è difficile, apri il libro, lo leggi, lo traduci e ci dici dove andare.” “Sì, ma andare a fare cosa?” “Se non traduci quello che c’è scritto, non lo sapremo mai.” Chiarì una volta per tutte Francine. “Vuoi dire che neppure voi sapete cosa dobbiamo fare? Ohhh, perfetto! Rapito, inseguito da degli uomini con grossi fucili e senza neanche una vaga idea del perché!- disse sarcasticamente il giovane – E ora mi tocca anche tradurre un libro che mi ha inviato un mio ex professore che ora è morto!” “Vuoi tradurre o vuoi che Valerie si arrabbi sul serio? E’ cintura nera di non so quante arti marziali e non credo la prenderebbe bene se ti vedesse intento a lagnarti.” “Ok, ok, ora lo leggo.- poi aggiunse, tra se e se – Ma guarda te che razza di situazione, quando ho aperto, speravo fosse una ninfomane, invece è solo una maniaca suicida!” Aprì il libro e vi trovò una lettera di Ruggeri “Caro Dustin, se leggi questa lettera vuol dire che il pacco è arrivato a destinazione e che probabilmente io sono già stato preso da chi insegue quello che ti chiederò di cercare. Nei prossimi giorni dovrebbero arrivare a Dublino due ragazze, sono francesi, se controlli l’e-mail ti ho inviato un file, criptato alla maniera di quando eri mio studente, con le loro foto e i loro nomi. Fidati di loro, e loro si fideranno di te, hanno bisogno di te. Eri il migliore nel mio corso, soprattutto a risolvere i codici segreti usati nel Medioevo. Ed è questo quello che ti chiedo di fare. Questo libro contiene la chiave per arrivare ad un segreto tenuto nascosto da più di 700 anni lì in Irlanda: si tratta di un artefatto di inestimabile valore. Troverai tutte le risposte in questo manoscritto. Ma devi fare in fretta, devi trovarlo entro il prossimo 26 Dicembre o sarà tutto perduto. Soprattutto non far cadere questo libro e quello che troverai nella mani di quelli che stanno tentando di uccidere me, ne va della salvezza di tutti. Giovanni”
FINE PRIMA PARTE February 12 Il Velo Oltre Le Stelle (seconda parte) L’interno della piramide era tutto tranne che spoglio da tecnologia; al capitano pareva di essere entrato in uno degli stand della Fiera Scientifica a cui andava coi genitori da piccolo, ad Emerson, invece, si fermò il cuore per l’emozione. Venne loro incontro un uomo anziano, sulla settantina, che li invitò a seguirlo, mentre lo scienziato continuava a guardare estasiato le pareti su cui si rincorrevano flussi di protoni; giunsero in una stanza abbastanza anonima e spoglia, al cui centro vi era un tavolo, apparentemente in alluminio con sopra poggiato un proiettore olografico; appena entrati, l’anziano spense le luci e il proiettore prese vita. Davanti a loro apparve il volto digitalizzato di un uomo. “Benvenuti – disse una voce metallicamente profonda – so che vi starete chiedendo perché l’apparenza di questo mondo sia quella di essere rimasto all’età pre-elettrica, quando qui dentro c’è tutta la possibile e immaginabile conoscenza tecnologica.” “Non è che ce lo stavamo chiedendo – intervenne Emerson – quando ho sentito parlare di “magia”, ho sospettato che non fosse proprio reale. Di certo siamo stupiti che non vogliate renderne partecipi gli altri abitanti del pianeta.” “Oh, ma noi li rendiamo partecipi! – disse l’ologramma – I nostri esperti aiutano nelle costruzioni, nelle colture e quant’altro, solo facciamo in modo che credano nella magia piuttosto che nella tecnologia o la scienza.” “E tutto questo perché?” Domandò McTraggart. “Perché dare a tutti la possibilità di progredire, significa dare il potere a tutti di farsi le proprie armi ed iniziare guerre inutili. – rispose la voce digitale – Meglio che siano in pochi a detenere la conoscenza. Pochi e in grado di sapere cosa è meglio fare, usandola il meno possibile.” “E allora perché rivelarla a noi? – chiese Emerson – Chi vi assicura che non andremo a dirlo ai quattro venti?” “Dottor Emerson – esordì l’anziano che era con loro nella stanza – lei è uno scienziato, il suo accompagnatore è un capitano di vascelli spaziali, siete in grado di comprendere benissimo la situazione.” “Che sarebbe?” chiese il capitano. “Sappiamo che il dottore ha inventato una nuova tecnologia, in grado di riciclare in modo pulito i rifiuti, senza sprecare niente…” “Come fate a….?” domandò stupito lo scienziato. “Lo sappiamo perché le sue ricerche sono giunte fin qui. Ogni tanto qualcuno inciampa ancora nelle anomalie e quindi ci arrivano notizie dal vostro universo.” Rispose il volto digitale. “Quindi siete a conoscenza delle mie ricerche, ma a cosa vi servono? Qui non avete niente da riciclare, potete usare i rifiuti organici come concime.” “Non è del tutto esatto. – intervenne l’anziano – per mantenere in equilibrio l’ecosistema, dobbiamo alimentare i condensatori atmosferici e, sfortunatamente, il combustibile si sta già esaurendo. Se i condensatori dovessero spegnersi, tutto morirebbe nel giro di pochi mesi.” “Abbiamo inviato qualche richiesta di combustibile attraverso l’anomalia, ma non abbiamo mai ricevuto risposte” concluse l’ologramma. “Quindi voi volete che il dottor Emerson vi aiuti a costruire dei nuovi motori usando la sua scoperta, esatto?” Dedusse il capitano. “Per farla breve sì.” Assentì il vecchio. “E voi troverete un modo per rimandarci a casa?”chiese Emerson. “Quello non possiamo garantirlo. Io stesso sono bloccato qui da quelli che per voi sono centoquattro anni” disse la voce metallica. “Centoquattro anni? Come è possibile?” si stupì McTraggart. “Qui il tempo scorre più lentamente che nella dimensione da cui siete entrati, inoltre il cibo ci garantisce un’aspettativa di vita enormemente più lunga, per non parlare delle ricerche che abbiamo fatto su noi stessi. Quando caddi nell’anomalia stavo facendo il mio primo viaggio spaziale. A quel tempo mi chiamavo Eugene Fruller.” Spiegò la voce senza corpo. “Eugene Fruller? L’ingegnere a capo dello sviluppo delle astronavi ibride combustibile-psitroni? – disse Emerson e il volto digitale assentì – Ormai è nei libri di storia come il più grande fallimento negli esperimenti spaziali! Tutti sanno che Eugene Fruller è morto!” “Non è morto, e quell’esperimento non fallì. – intervenne l’anziano – La nave finì per trovarsi a pochi chilometri da un varco e ci finì dentro per inerzia. Ero con lui quando successe. Sono Anton Perez Meniola, il medico di bordo.” “Quindi noi dovremmo credere che voi siate due membri dell’equipaggio del “Columbia Starcrawler”. – si accertò McTraggart – E che stiate vivendo qui da più di cento anni.” “E che abbiamo tentato in tutti i modi di fuggire da qui.” Aggiunse Fruller. “Quel portale è come l’uscita di, scusate la similitudine, una fogna. Ci sono migliaia di condotti che portano tutti al solito punto d’uscita. Il problema è che entrando da questa parte, è impossibile sapere dove si uscirà.”completò Meniola. “Beh, con le nostre tute potremmo farcela, sono progettate per lo spazio aperto – osservò Emerson – quindi potremmo salvarci.” “Non è così semplice. Vi sono portali anche all’interno delle orbite attrattive di stelle o su pianeti la cui temperatura supera i seicento gradi o scende allo zero assoluto. Rischiereste anche di non uscire nello stesso punto.” Disse l’ex ingegnere. “I vegani erano gli unici che potevano avere un’idea di come uscire, ma sono stati sterminati dalle guerre intestine e ora non ci rimane altro che pochi progetti delle loro sonde. - disse mestamente il medico – E voi siete bloccati qui, con noi.” Mentre stavano discutendo entrò nella stanza un giovane abbigliato come uno stregone. “Maestri, ci sono altri terrestri che stanno uscendo dal portale e stavolta sono armati.” “Maledizione! Non vedendoci tornare, devono aver pensato che siamo caduti in una trappola! – esordì il capitano – Dobbiamo raggiungerli prima che le cose si facciano pericolose per gli abitanti.” “Non si preoccupi capitano, - disse Meniola – possiamo rendere inoffensive le armi dei suoi uomini da qui, basterà…” “No, non potete renderle inoffensive – spiegò Emerson – sono armi costruite con nuove concezioni, se proverete a disattivarle a distanza, attiverete invece il fuoco automatico, causando una strage. Devono essere spente direttamente da chi le maneggia.” Detto questo, il capitano ed il dottore si precipitarono all’esterno della piramide verso le porte della città. Quello che videro fece accapponare loro la pelle: gli uomini della “Nightwalker” erano stati circondati da centinaia di esseri giganteschi, probabilmente mutaforma, ricoperti completamente di scaglie e con enormi ali sulla schiena, molto simili alle rappresentazioni dei draghi mitologici; ormai quasi la metà dei soldati era stato schiacciato dal peso dei titani o bruciati dalle fiamme che fuoriuscivano dalle loro fauci, lasciando sul terreno una poltiglia rossastra e fumante. Il capitano si gettò nel mezzo e gridando tentò di farsi sentire dai suoi uomini, che, quando lo videro, smisero di sparare e deposero le loro armi. I draghi tornarono ad essere umanoidi e se ne andarono verso la città lasciando McTraggart solo con quello che rimaneva dell’equipaggio, mentre Emerson li raggiungeva. “Capitano, cosa diamine erano quelle cose? - chiese l’ufficiale in seconda – E soprattutto, dove ci troviamo? Perché è vestito in questa maniera? Cosa….” “Si calmi Oliver, – disse il capitano – e rifletta sul fatto che adesso siamo tutti, e non solo io e il dottor Emerson, condannati a rimanere su questo pianeta.” “Cosa vuol dire?” fu l’interrogativo che venne unanime dai militari. “Vuol dire che non potremo attraversare quel portale, senza rischiare di ritrovarci a bruciare, congelare o chissà quale altra terribile sorte. Quella è un senso unico, in pratica. E voi ci siete entrati mettendo a rischio anche le vite della gente che abita questo luogo.” Disse Emerson. “Bene e allora che facciamo adesso?” chiese Oliver. “Adesso, i vostri uomini consegneranno le armi e seguiranno la Guardia Reale fino all’Emporio, dove verranno spogliati e rivestiti, esattamente come lo siete stati voi.” Disse Gilbert, una delle due guardie che avevano accolto inizialmente il capitano e il dottore. “E se opponessimo resistenza? – intervenne spavaldamente uno dei militari – Cosa fareste? Ci tirereste addosso dei sassi?” “No, - asserì Fishil - lasceremmo che l’intera popolazione dei mutaforma si trasformi in quei giganteschi rettili e vi usino come stuzzicadenti.” A quel punto McTraggart decise di interporsi e far valere la sua posizione di comando, ordinando che i suoi uomini facessero quello che i due soldati avevano detto. Dopo poche ore quello che rimaneva dei cosmonauti si ritrovò all’esterno di una specie di locanda, situata a pochi metri dall’Emporio, mancava solo il dottor Emerson, che si era recato alla Piramide per discutere con i “maghi” della costruzione dei nuovi motori dei condensatori. Passarono alcuni mesi e lentamente i terrestri iniziarono ad adattarsi al nuovo stile di vita, ma per tutti loro era difficile arrendersi all’eventualità di rimanere ancora su quel pianeta, soprattutto per Emerson, il quale continuava studiare i progetti vegani per riuscire a creare un modello in grado di tracciare un sentiero sicuro attraverso il portale. Un giorno, finalmente, l’esperimento riuscì: la sonda uscì dal portale, registrò dati confortanti e tornò indietro. I tentativi effettuati furono in tutto una decina e i dati raccolti non variavano mai: avevano trovato una strada percorribile. Il dottore e gli uomini della “Nightwalker” si misero a lavoro e due mesi dopo avevano pronta una navetta; l’entusiasmo dei terrestri era alle stelle, tranne quello di James McTraggart. “Non credo che vi seguirò Laurence, – disse la sera prima della partenza ad Emerson – dall’altra parte non ho nessuno che mi aspetta, mentre qui ho iniziato una nuova vita. Aiuterò Fruller e Meniola a mantenere l’ordine e seguirò il loro esempio, lo spazio non fa più per me. Ho già avuto la mia dose di stelle e vuoti siderali.” “Ti capisco James, - rispose rattristato lo scienziato – ma mancherai ai tuoi uomini.” “Lo so, ma non posso lasciar sola Erinna, soprattutto ora che è incinta.” Continuò McTraggart sorridendo. “Incinta? – esclamò Laurence col sorriso sulle labbra – Stai per diventare padre James! E da quanto lo sai?” “Da stamani. Qui ho tutto quello che ho cercato per l’intera durata della mia vita, non posso andarmene. Salutami le colonie Laurence e fai buon viaggio.” “Lo farò Jim. Allora addio e abbi cura della tua famiglia.” Il mattino dopo la navetta costruita dai terrestri sperduti nell’universo, partì verso l’ignoto e su Melchor nessuno ebbe più loro notizie. Fu invece noto a tutti che Erinna, la figlia del governante cittadino, diede alla luce una bellissima bambina di nome Diana, avuta dal capitano McTraggart, l’unico dei profughi terrestri rimasto ed integrato nelle Guardie Reali. E fu la prima di molti figli che la coppia ebbe. Per quanto riguarda il dottore e l’equipaggio dell’astronave, tornarono esattamente dove era iniziata la loro avventura extradimensionale e, recuperata la “Nightwalker”, tornarono nel sistema solare. La loro storia è rimasta negli annali, poiché sollevò il velo su uno dei misteri più oscuri delle stelle e sulla scoperta dell’esistenza di altre dimensioni, anche se da allora nessuno è più riuscito a raggiungere Melchor e la sua pace. February 11 Il Velo Oltre le Stelle
(Prima Parte)
Tutto ebbe inizio con un viaggio, ma tutto si concluse con una nascita. Il dottor Emerson propose la sua teoria il 15 Marzo 2152, seppure da quasi vent’anni nessuno si avventurava più nello spazio per esplorare, Laurence Emerson era sicuro che i viaggi spaziali fossero ancora possibili e così presentò al Comitato Per lo Sviluppo delle Tecnologie Spaziali (CPSTS) un nuovo modello di propulsione che rendeva obsoleta la tecnologia a curvatura e quella psitronica, rispettivamente teorizzate da Einstein e Frullifer; il suo progetto prevedeva, infatti, l’utilizzo di energie biochimiche che sarebbero state ricalibrate a livello subatomico, così da teleportare, attraverso salti misurati, la nave ed i suoi occupanti. Lo schema di base lasciava intuire, inoltre, che si sarebbe ottenuta una fonte quasi inesauribile di energia, in quanto i materiali richiesti erano semplicemente i rifiuti organici di ogni tipo. Il progetto ottenne quasi subito il benestare e dopo pochi mesi furono testati i primi prototipi; nel giro di un anno i cosmonauti ebbero a disposizione la prima nave e due anni dopo il dottor Emerson si imbarcò sulla “Nightwalker”. L’intero equipaggio era stato addestrato sulle colonie che gravitavano intorno a Saturno ed il capitano, James McTraggart, vi era addirittura nato; il viaggio li avrebbe portati nel sistema di Antares in circa quaranta giorni terrestri, stando ai calcoli di Emerson. La navigazione si svolse senza problemi ed arrivarono in vista del pianeta più esterno nei tempi previsti. Dopo poche ore dall’entrata in orbita, avvistarono ciò che avrebbe derminato il loro destino di li a poco.
All’inizio apparve come un cargo commerciale proveniente dal sistema vegano, che si era incagliato in un asteroide e poi fosse stato preso insieme ad esso nell’orbita del piccolo corpo celeste; dal relitto non giungeva alcun segno vitale e le scansioni dei sensori della nave terrestre non rivelavano niente di utile, così venne deciso di analizzare la situazione in prima persona. Il capitano e lo scienziato furono i primi a mettere piede all’interno dell’astronave extraterrestre, ma non sarebbero stati gli ultimi. Quando entrarono in quello che pareva essere l’hangar di carico, l’enorme portello alle loro spalle si richiuse e le luci si accesero, a quanto pareva, il sistema elettrico e quello di sicurezza funzionavano ancora. In fondo al grande locale c’era una porta aperta, probabilmente quella che portava direttamente alla decontaminazione e poi faceva accedere al ponte della nave; i due uomini la attraversarono e si trovarono davanti qualcosa di realmente inaspettato: si trovavano sul fianco di una collina e sotto di loro si stendeva una città, di quelle di cui si leggeva nei libri di storia parlando del millennio precedente; non vi erano grattacieli, né strutture in cemento, o auto o moto, solo pietra, legno e paglia. Il dottor Emerson si tolse il casco e per la prima volta nei suoi 46 anni fece l’esperienza di “una boccata d’aria pulita”, poi fu imitato da McTraggart ed insieme si diressero verso le ciclopiche mura di quell’arcaica città. Nel tragitto incrociarono una strana e variopinta moltitudine di razze umanoidi, da quelle con fattezze animali, a quelli chiaramente umani, ma di dimensioni ridotte o leggermente differenti; se non fosse stato per l’assenza di alcun segno di tecnologia spaziale, tutto questo si sarebbe potuto scambiare per un porto intergalattico. Giunti ai cancelli cittadini furono fermati da due individui abbigliati in una maniera che ne suggeriva l’appartenenza a qualche corpo militare o adibito al mantenimento dell’ordine pubblico. “Nasla, vach za rivanda?” Emerson guardò perplesso la guardia che gli aveva rivolto parola e cercò, gesticolando, di far capire che non era in grado di comprendere il linguaggio usato; la reazione che seguì fu del tutto inaspettata ad entrambi i terrestri: i due soldati iniziarono a perquisirli, per così dire, ed estratto ciò che cercavano dalle loro tasche, si misero a lavorarci sopra e poi resero il tutto ai due ignari visitatori. Quello che si trovarono in mano erano i loro traduttori; se li misero addosso e quando le due guardie parlarono, finalmente, la loro lingua fu comprensibile. “Stavo chiedendovi da dove veniste, ma data la vostra tecnologia, direi che dovete provenire dal pianeta che viene chiamato Terra, sbaglio?” “No, ciò che ha detto è esatto – rispose stupito il capitano – ma come fate a sapere come configurare i traduttori?” “In effetti è da un po’ di tempo che nessuno del vostro settore viene da queste parti, ma non crediate che siano così complicati da sistemare, anzi, sono molto più elementari di molti altri” chiarì la seconda guardia. “Comunque, come siete arrivati qui? Pensavamo che i portali verso il vostro spicchio d’universo fossero ormai chiusi.” “Beh, in realtà non lo sappiamo nemmeno noi, – spiegò il dottor Emerson – eravamo in esplorazione nei pressi del sistema di Antares, e abbiamo notato una nave vegana incagliata in un asteroide, siamo entrati per dare un’occhiata e siamo apparsi sul crinale di quella collina a Nord.” “Una nave di Vega nel settore di Antares? – domandò una voce alle spalle di McTraggart – non si vedono astronavi di quel luogo ormai da decenni!” Colui che aveva parlato era sicuramente un abitante di uno dei pianeti più popolosi che i terrestri conoscessero: Diapon. Situato nel sistema di Antares, contava più di venti miliardi di abitanti, i quali erano bipedi, solitamente alti tra i due e i due metri e mezzo, con pelle a scaglie rosse ed argento. “Beh, questo però non vuol dire che uno dei loro cargo-portali non possa esserci incagliato in un asteroide!” disse la prima guardia. “ Noi l’abbiamo trovata all’estremità del sistema, in orbita vicino al pianeta più esterno.” Precisò il capitano. “Sia dove sia, voi terrestri non dovreste trovarvi qui – riprese la guardia – abbiamo chiuso i rapporti con la vostra razza dopo che molti di voi decisero di rimanere.” “Noi non volevamo essere qui, - asserì Emerson – anche perché non sappiamo assolutamente dove ci troviamo.” “Voi non sapete dove siete? – chiese stupita la seconda guardia – Non avete proprio idea di dove vi troviate? – una risata si stava disegnando sul suo viso – E quindi non conoscete niente di questo mondo, esatto?” “Beh, francamente parlando, no. Non ne sappiamo niente. – rispose un po’ contrariato McTraggart – Però vorremmo saperlo.” “Siete su Melchor, un pianeta su cui abbiamo deciso di evitare di usare tecnologie troppo avanzate. – espose il primo soldato – Questo pianeta all’inizio, circa duecento anni fa era completamente disabitato e non si trova su nessuna mappa stellare, perché, beh, perché non è nell’universo da cui provenite voi. O da dove provenivano i nostri progenitori. Nessuno è originario di qui, siamo tutti figli o nipoti di chi ha deciso di stabilircisi.” “E come è stato possibile raggiungere questo luogo?” Domandò, curioso, il dottor Emerson. “Circa duecento anni fa si verificò un’anomalia, se così vogliamo chiamarla, che aprì dei portali in tutti gli angoli dell’universo, - intervenne il diaponiano – e così iniziarono ad arrivare centinaia e centinaia di esploratori. L’unico inconveniente era che chiunque arrivasse qui era costretto a rimanerci e così…” “Rimanerci? – sbraitò il capitano – In che senso rimanerci? Non c’è modo di tornare indietro?” “In effetti no. Il portale è solo uno qui, ed è quello da cui siete passati voi, ma di entrate ce ne sono a migliaia, se non miliardi – disse il primo guardiano – quindi non si sa dove si finirebbe riattraversandolo.” “E la nave vegana? Avete detto che era un cargo-portale, – chiese Emerson – come è possibile che ne abbiano creata una se non sapevano che c’era un pianeta? Dovrà pure essere tornato qualcuno, allora!” “I vegani sono stati gli unici a riuscirci. – chiarì il diaponiano – ma non senza perdite. Inviavano qui persone con al seguito macchine per le rilevazioni e poi le rispedivano indietro. A quel che sappiamo hanno raccolto così i dati e sapevano del pianeta.” “Quindi noi siamo bloccati qui, giusto?” L’allarmismo nella voce del capitano era palpabile. “Direi di sì, comunque ancora non ci siamo presentati – disse la prima guardia – io sono Gilbert e il mio collega è Fishil. Io sono nato da una famiglia di terrestri, mentre lui è originario del sistema di Alpha-Centauri” “Io invece sono Jkxyilpt.” Si presentò il diaponiano. “Noi siamo Laurence e James, ovviamente terrestri.” “Bene, ora che abbiamo fatto le presentazioni, è meglio che ci seguiate, dobbiamo trovarvi un alloggio e dei vestiti diversi dalle vostre tute” disse Fishil. Ora che lo vedevano bene, era evidente che era un centauriano: pelle spessa, del color del cuoio, tratti quasi taurini, altezza leggermente inferiore alla media umana e una spina dorsale irta di borchie vertebrali. Gilbert invece era un mulatto, alto per la media umana, ma ben proporzionato. “Mi spiace che siate incappati in questo trabocchetto involontario, ma da quando, vent’anni or sono, i terrestri portarono armi da fuoco e tecnologia bellica, abbiamo dovuto fare in modo che l’anomalia vicino al vostro pianeta fosse chiusa. - spiegò mestamente Gilbert – Era stato deciso dal consiglio dei coloni che qui avremmo vissuto senza tecnologie troppo avanzate ed infatti abbiamo creato città e attrezzi simili alle età pre-elettriche delle varie culture. Ma alcuni vegani malintenzionati avevano informato i cartelli criminali terrestri parlando di un pianeta vergine su cui potersi creare una nuova vita e sfuggire alla legge; così iniziarono ad arrivare pistole, fucili e tutto quello che poteva essere utile a creare scompiglio e morte. Per fortuna alcuni dei vegani erano ancora in possesso delle sonde da rimandare indietro e grazie a loro fu possibile chiudere le anomalie ed interrompere i rifornimenti. Da allora non ci sono più stati ingressi di terrestri, fino ad oggi.” Mentre camminavano verso l’interno della città, il dottor Emerson rimase affascinato dal modo in cui, pur senza macchine, quelle persone erano riuscite a costruire edifici così maestosi, strade così efficienti e mantenere un’economia attiva e apparentemente fiorente. Seguendo le due guardie e il diaponiano giunsero ad un palazzo situato al centro di un crocevia ed al suo interno trovarono una moltitudine di persone intente in varie attività, dalla sartoria, alla conciatura; Gilbert e Fishil li indirizzarono verso una saletta laterale e poi uscirono da dove erano entrati, il diaponiano, invece, si diresse verso i piani superiori. Il dottor Emerson e il capitano McTraggart si sedettero sui sedili posizionati alle pareti ed attesero, dopo qualche tempo arrivò un umanoide di statura minuscola che li squadrò dai piedi alla testa con fare saccente. “E così voi siete appena arrivati, eh?” la sua voce aveva un che di fastidioso, soprattutto per il militare. “Sì, diciamo pure così, ma di sicuro non saremmo qui se fosse per noi.” Rispose secco McTraggart. “Di vostra volontà, o no, ora siete qui e quindi è necessario che vi abbigliate come più si confà a questo luogo. O volete andare in giro a spaventare la gente?” ribatté il piccoletto.”Noi non vogliamo spaventare nessuno, vorremmo solo trovare il modo di andarcene da qui.”intervenne Emerson.”Per questo dovrete parlare con qualcuno dei nostri specialisti in arti arcane…” “Arti arcane? Cosa vuol dire?” domandò lo scienziato. “Beh, magia, no? Non avete la magia da dove venite voi? E comunque ora dobbiamo pensare a darvi abiti adeguati, parleremo poi dei maghi.” Detto questo, l’omuncolo sparì e torno poco dopo accompagnato da altri personaggi di varia natura, tra cui due che sembravano essere i centauri dei miti greci, e fecero indossare ai due terrestri abiti simili a quelli degli abitanti della città, ovvero una camicia di lino, delle braghe di tela, scarpe basse ed un gilet di pelle. “Bene, ora siete presentabili. Vi porterò dai nostri maghi, ma non vi prometto nulla, – disse il piccoletto – capisco che per voi sia un po’ uno shock, ma come vi hanno già detto, nessuno è mai uscito da questa dimensione.” Poi si diresse verso l’uscita del palazzo e, seguito dallo scienziato e dal capitano, si incamminò verso Est. Dopo qualche minuto giunsero ad un edificio di forma triangolare e dipinto di vari colori, dal rosso al giallo, dal verde al blu. “Eccoci arrivati. – disse solennemente il nano – Ora entrate e chiedete del Sommo Maestro. Sono già stati informati del vostro arrivo.” Emerson e McTraggart entrarono.
(Fine Prima Parte) February 10 L’Urlo Del Sole
La giornata era iniziata come tutte le altre per Craig: sveglia, colazione e, poiché era periodo di vacanza, baldoria fino alla sera. Lui ed Alex avevano progettato tutto per quel break di primavera: avrebbero portato Eleonor e Janice a Los Angeles e lì sarebbero rimasti fino alla fine delle vacanze. Il pomeriggio i due amici andarono a recuperare le loro ragazze e partirono con la macchina del padre di Craig. La strada dal Nevada alla California non è eccessivamente lunga, ma la monovolume sembrava soffrire del caldo eccessivo di quei giorni e nel bel mezzo del deserto abbandonò i ragazzi. “Maledizione a mio padre e alla sua scarsa attenzione!”disse Craig chiudendo il cofano con forza. “Che c’è C?” Chiese Alex. “Il radiatore è andato! Gli avevo detto di farlo ricontrollare, ma se ne è sempre dimenticato. Quel bastardo!” “Craig smettila! – Eleonor non sopportava quando il suo ragazzo inveiva contro il padre – E’ tuo padre, e poi potevi pensarci tu, no? In fondo sei tu che hai voluto prendere la monovolume.” “Stai zitta Ellie! – replicò lui, ulteriormente irritato dalle parole della giovane – Non potevamo certo prendere la tua, o quella di nessuno di noi, sia perché non ci saremmo entrati, sia perché quegli spilorci dei nostri genitori ci hanno regalato solo catorci!” “Se devi dare di spilorcio a qualcuno, parla solo dei tuoi di genitori!- intervenne Janice- I miei hanno sempre avuto poco da spendere e si sono sacrificati per darmi un’auto. Non siamo tutti figli di ricconi come te!” Decisamente la situazione stava degenerando, per fortuna intervenne Alex a calmare gli animi. “Su, ragazzi, smettetela, siamo bloccati nel bel mezzo della statale, dobbiamo solo cercare un distributore o chiamare un carroattrezzi, vedrete che arriveremo a Los Angeles entro domattina.” “Hai ragione Al, scusa – disse Janice, la sua ragazza – solo che credo che il Sole ci stia dando alla testa” Anche gli altri si scusarono e poi tirarono fuori i cellulari. Nessuno dei telefoni riceveva segnale, erano isolati. “A quanto pare il caldo sta dando alla testa anche ai telefoni! – disse sarcastico Craig – Non ci resta che fare l’autostop e raggiungere un distributore.” Attesero a lungo sotto il cocente Sole del deserto, ma più aspettavano e più sembrava lontana la possibilità che qualcuno potesse arrivare. “Questa cosa è completamente illogica! – esordì, a un certo punto, Eleonor – Siamo sulla statale che collega due Stati, dico DUE STATI, e non passa nessuno? Siete sicuri di non aver sbagliato uscita e che ci siamo persi nel mezzo del nulla?” “Io sono SEMPRE sicuro di quello che faccio Ellie! – rispose stizzito Craig – Non abbiamo sbagliato strada! Guarda il Sole! Tramonta ad Ovest, no? Ecco! Ma cosa….?” Spostando lo sguardo verso il Sole tutti si accorsero che c’era qualcosa che non andava. Erano partiti poco dopo mezzogiorno e da allora sembrava che nulla fosse cambiato: il Sole non si era mosso di un solo millimetro, eppure gli orologi segnavano le 17, e in quel periodo dell’anno ciò corrispondeva a circa due ore prima del tramonto. “Questo decisamente non è normale.” Affermò Alex. “No, assolutamente non lo è.” Confermò Craig. “Beh? Cosa facciamo? – chiese Janice – Rimaniamo qui ancora a lungo a farci cuocere per gli avvoltoi?” “Non essere drammatica, Jan! Io e Craig torniamo indietro, al distributore che abbiamo passato prima e poi vi veniamo a prendere.” “E io ed Ellie cosa facciamo? Ci arrostiamo?” “No – disse Craig – prendete i due ombrelloni e vi ci mettete sotto, insieme a qualcosa da bere ed aspettate. Se poi volete anche abbronzarvi, fate pure.” Detto questo i due ragazzi si avviarono lungo la Statale.
Craig ed Alex erano amici fin da quando erano nati, ad un giorno di distanza l’uno dall’altro, quindi si conoscevano da 20 anni puliti puliti. Quanto era scuro di pelle il primo, tanto era diafano l’altro; tanto era muscoloso e impulsivo il primo, tanto era magrolino e riflessivo l’altro. Seppure affrontassero la vita in maniera diametralmente opposta, non erano mai stai in vero e proprio disaccordo. Il giorno in cui incontrarono Eleonor e Janice fu il giorno più strano della loro vita. Erano passati due anni e ancora ci pensavano: erano a Las Vegas, ci andarono per giocarsi i primi soldi che avevano guadagnato lavorando al Burger King del fratello di Alex, e lungo il viale principale videro queste due ragazze che si aggiravano quasi sperdute. In un impeto di sicumera Craig le avvicinò e si propose di accompagnarle, insieme al suo amico, nel miglior ristorante della città, che loro non conoscevano affatto. Finirono in un fast food, dove rimasero fino a tarda notte scoprendo che le ragazze sarebbero andate al loro stesso college. Si scambiarono i numeri e le e-mail e all’inaugurazione dell’anno accademico si ritrovarono e da quel momento non ci fu niente che li separò.
“Non credi che stiamo camminando già da troppo tempo?” chiese Craig dopo circa una mezz’ora
“Credo di sì. Questa cosa sta passando dal surreale al terrifico. Mi sembra di essere in film horror di serie B, – rispose Alex- di quelli in cui poi tutti impazziscono ed iniziano ad uccidersi l’un l’altro.”
“Che idea idiota Al! Ci mancherebbe solo che ora arriviamo a quel punto che vediamo in lontananza e troviamo la monovolume!” Dopo qualche metro la previsione di Craig si rivelò esatta e si trovarono davanti alle due ragazze e alla macchina di suo padre. I due amici furono presi da panico: avevano girato in tondo senza neanche accorgersene, il Sole sembrava piantato in cielo, e non sembrava esserci modo di sfuggire a tutto questo. Si avvicinarono ancora all’auto. Le due ragazze sembravano addormentate, anche se era passato relativamente poco tempo; ogni passo era come se un macigno si piantasse nello stomaco dei due giovani. Provarono a chiamare Eleonor e Janice, ma non rispondevano. Si avvicinarono ulteriormente. E l’incubo diventò ancora peggiore: alla prima sembrava che fossero evaporati tutti i liquidi e della seconda rimaneva ben poco, dopo che gli avvoltoi avevano banchettato con lei. E i volatili stavano ancora volteggiando sulle loro teste. I due ragazzi furono presi da panico, si sentirono imprigionati e tentarono di scappare inoltrandosi nel deserto, ma ogni loro tentativo li riportava sempre al punto di partenza. Ogni volta, però, c’era qualcosa di diverso: se prima le due ragazze erano morte per disidratazione, al loro ritorno, esse erano vive, ma la macchina si era sciolta come burro, ma quando tentarono la fuga tutti e quattro assieme, d’improvviso, le due ragazze vennero risucchiate dal terreno; la volta seguente, la macchina era esplosa e le due giovani erano a brandelli, mentre successivamente era tutta la strada ad essere disastrata, come se ci fosse stato un bombardamento. Lo scenario continuava a cambiare, ma non la conclusione: erano rinchiusi in un circolo eterno e non sapevano come uscirne. L’unica opportunità che vedevano era quella di suicidarsi, ma non potevano rischiare di lasciare Eleonor e Janice sulla statale da sole. Sia Craig che Alex erano convinti che fossero ancora vive e che dovevano tornare da loro. Continuarono a veder scorrere davanti a loro scenari sempre peggiori, fino a quando non gli rimase solo la consapevolezza che sopra di loro brillava il Sole e che quella stella stava bruciando. Urlarono e seppero tutto quello che volevano sapere. Quello che non sapevano era che due giorni prima, durante il ritorno da un party, la loro macchina era stata presa in pieno da un truck. Quello che non sapevano era che i loro corpi si trovavano all’obitorio. Quello che non sapevano era che Eleonor e Janice non li avrebbero aspettati. Quello che seppero era che erano morti e non avevano mai iniziato il viaggio. February 07 La Bambina Che Viveva Tra gli Attimi La nascita di Gillian portò gran felicità a tutti. Il giorno in cui naque c’era tutta la famiglia all’Ospedale con i suoi genitori, nessuno voleva perdersi il momento in cui lei veniva al mondo, anche perché lei era la prima nascita dopo più di 27 anni, anno in cui vide la luce sua madre. Fin da subito si capì che sarebbe stata una bambina speciale, infatti, a differenza degli altri neonati, non pianse quando i dottori la fecero uscire dal ventre materno, bensì rise ed inspirò a pieni polmoni la sua prima boccata d’aria. Con gli anni crebbe circondata dall’amore di tutti i suoi parenti e degli amici di famiglia, ma non ebbe mai la possibilità di conoscere altri bambini. In realtà la sua famiglia faceva parte di una piccola comunità dove le nascite erano rare e i più giovani che vi appartenevano erano già adolescenti. In quel luogo, sperduto tra le montagne, Gillian fu vista come la speranza che presto ci sarebbero state altre nascite, ma così non fu. Nel giro di pochi anni tutti i ragazzi del luogo iniziarono a scomparire da un giorno all’altro, alcuni furono ritrovati a valle, trasportati dalla corrente verso morte certa, mentre altri, invece, scapparono semplicemente di casa per non farvi più ritorno e trovando fortuna ed amore altrove. Il giorno del suo decimo compleanno Gillian sparì. Non scomparve tra le montagne, né si perse tra i sentieri che portavano al fiume; semplicemente svanì mentre era a tavola con la sua famiglia a festeggiare e stava per spegnere le candeline. I genitori caddero nella più nera disperazione e con loro tutto il paese. Furono chiamati, dalle città e dai villaggi vicini, tutti gli specialisti in grado di trovare le persone scomparse, compresi medium, stregoni e sensitivi, ma i loro sforzi non valsero a niente. Anche perché Gillian era lì. Solo che nessuno poteva vederla. Aveva scoperto di poter decidere di non farsi più vedere due anni addietro, mentre era con la madre in paese a far compere per Natale: un cagnolino stava per essere investito da un’auto e lei, senza pensarci troppo, si era gettata per salvarlo; la macchina stava per colpire entrambi, ma successe qualcosa e il tempo si fermò, così lei ebbe tutto il tempo di spostare il cucciolo dall’altra parte della strada e tornare da sua madre. Da quel giorno lei si era esercitata tutti i giorni ed aveva scoperto che non solo poteva fermare il tempo, ma viverci anche attraverso senza mai tornare visibile agli altri. Solo con la coda dell’occhio la si poteva scorgere mentre passava da un secondo all’altro. E poteva anche tornare indietro, a volte addirittura di un giorno intero. Così per Gillian, in realtà non erano passati due anni, bensì 3. Per lei il Tempo era come una strada. Ora però aveva deciso che preferiva andarsene da quel posto e voleva farlo in modo eclatante, come aveva letto aveva fatto quel simpatico omino nel film che aveva visto in tv il giorno prima: lui era scomparso nel mezzo della sua festa di compleanno usando un anello, lei l’aveva fatto da sola e ora voleva andare a scoprire il mondo. Trovare magari qualcuno che, come lei, avesse delle capacità speciali. Forse esisteva davvero una scuola per ragazzi con poteri come quella del professore pelato che era anche capitano dell’Enterprise. Però lei era ancora piccola, questo lo sapeva, aveva appena dieci anni e non sarebbe riuscita a sopravvivere in città. Tre giorni dopo Gillian ricomparve. Era nel suo letto e dormiva; i suoi genitori ringraziarono Dio per quel miracolo e per due giorni interi vennero da lei medici, specialisti in scienze occulte, o presunti tali, parenti, amici dei genitori e tutti poi correvano in Chiesa a ringraziare il Signore di aver fatto tornare il loro angelo. Nei mesi successivi Gillian decise che era compito suo proteggere il paese e suoi abitanti usando le proprie capacità speciali, anche perché pensava che prima o poi il professore pelato o qualcuno dei suoi amici sarebbero venuti a conoscerla e lei sarebbe diventata una superoina famosa in tutto il mondo; salvò venti gattini intrappolati sugli alberi, - in realtà erano solo due, ma erano sempre sugli alberi sbagliati – fermò due rapinatori che avevano rubato le gomme al minimarket e salvò la vita ad un pesciolino che era saltato fuori dall’acquario. Poi si ammalò. Il medico di famiglia non capiva cosa avesse, sembrava che fosse solo un raffreddore, ma con l’andare del tempo fece la comparsa la febbre e con essa anche l’insonnia. Gillian fu portata nell’Ospedale della città vicina, nella speranza che qualcuno potesse aiutarla, ma nessuno aveva la minima idea di cosa le stesse succedendo. Passavano i giorni e la bambina continuava a star male, nessuna medicina e nessuna cura sembravano sortire alcun effetto; un giorno finalmente la febbre scese, ma ancora non era guarita. Dopo due mesi di ricovero cadde in coma e il giorno dopo scomparve di nuovo. Furono accusati due infermieri della sua sparizione e l’Ospedale rischiò di chiudere, ma, come un anno prima, era stata Gillian a voler scomparire. Negli intervalli tra gli attimi lei non stava male, era il Tempo reale a danneggiarla e così visse il resto della sua vita osservando tutti dagli spiragli che si aprivano tra le due dimensioni temporali. Crebbe e vide, lentamente, morire tutti quelli del suo paese, compresi i ragazzi che erano andati a cercar fortuna nel mondo. Viaggiò e visitò tutti i luoghi più remoti, incontrò altri che come lei potevano abitare quel luogo sospeso e con loro si accompagnò. Un giorno vide l’attore che interpretava il professore pelato e volle parlargli, ma lui si allontanò.
Così visse Gillian e così, forse, vive ancora. Saltando tra i secondi, vivendo negli intervalli dei nostri pensieri.
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