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2月25日 Il Vuoto Intorno (Prima parte) Si sentiva come se fosse sospeso nel tempo, eppure tutto intorno a lui continuava a scorrere, era come una roccia su cui il fiume del tempo si infrangeva. Ciò che lo aveva portato fino a quel punto partiva da un evento di tre giorni prima e ora la sua vita stava per arrivare alla svolta decisiva, al bivio che avrebbe definito per sempre cosa e chi lui sarebbe diventato nell’immediato futuro. Ma procediamo con ordine e torniamo a quattro giorni fa. Il nostro protagonista si chiama Dustin, Dustin Pretchett, ha 26 anni e vive a Dublino da circa 6, è alto un metro e ottantadue, leggermente fuori forma, moro, capelli corti, con viso abbastanza anonimo e decisamente in cerca di un lavoro decente. Quel giorno, il 21 Dicembre 2007 è indaffaratissimo a ripulire casa sua per la consueta visita natalizia di genitori e parenti; non è una casa grande, ma vivendoci da solo è comunque un bel daffare. Verso l’ora di pranzo gli arrivò la telefonata di un suo amico, Jarod, con cui si sarebbe trovato nel pomeriggio al St. Stephen per fare gli ultimi, disperati, acquisti natalizi al centro commerciale. Quei giorni erano particolarmente freddi e bagnati, da una settimana la pioggia non smetteva di inondare le strade irlandesi e Dustin abitava abbastanza lontano dal parco; arrivò con mezzora di ritardo all’appuntamento, visto il traffico tremendo che portavano con se i temporali, e rimase stupito a trovare il suo amico intendo a parlare con due turiste: Jarod non era, infatti, il tipo che fa la prima mossa e vista l’avvenenza delle due ragazze, Dustin dubitava fortemente che fossero state loro a rivolgergli parola per prime. Quando si avvicinò al terzetto, le due straniere si allontanarono di fretta, come se fossero state spaventate dall’arrivo del nuovo venuto. “Tante grazie Duz! – gli disse sorridendo e senza astio l’amico – Per una volta che sto facendo qualcosa di buono, arrivi tu e le spaventi!” “Non è colpa mia Jay, magari si sono accorte che oggi non ti sei fatto la doccia con particolare cura!” “Come se fosse vero! Dai, muoviamoci a comprare quello che ci serve e poi andiamo a sbronzarci da qualche parte.” Uscirono dal St. Stephen che ormai stava per chiudere si diressero verso Temple Bar, come di consuetudine quando c’erano pochi turisti in giro, fecero un giro per i vari pub e poi decisero che era arrivata l’ora di tornarsene a casa. La mattina dopo Dustin fu svegliato dal campanello che strillava come se chi era alla porta facesse dell’entrare una questione di vita o di morte, si alzò ed andò a vedere chi aveva tanta fretta che lui aprisse, guardò dallo spioncino e vide che era una ragazza che lui non conosceva, quindi esitò ad aprire, fino a quando lei non lo chiamò per nome, a quel punto si decise girare la chiave e cautamente schiuse la porta; la ragazza sul pianerottolo davanti a lui era decisamente bella: un metro e settanta, capelli castani, lisci, lunghi fin sotto le spalle e, da quel che poteva intravedere sotto gli abiti pesanti, con un fisico ben proporzionato. “Chi sei?” furono le prime parole pronunciate quel giorno da Dustin. “Sono Francine, una delle due ragazze che ieri parlavano col tuo amico al centro commerciale, ricordi?” disse la ragazza con accento francese. Il pensiero andò al giorno prima e a come le due giovani se ne erano andate dopo che lui era arrivato. “Mi ricordo vagamente, ma cosa ci fai qui? Come hai trovato il mio indirizzo?” “Non è importante, tu vestiti e andiamocene da qui, fai in fretta.” Disse lei spingendolo dentro casa. “Ehi, ehi, aspetta un minuto! Non posso andarmene così e soprattutto con una persona che neanche conosco. Allora, mi vuoi dire cosa vuoi?” replicò irritato Dustin. “Non ti basta che una bella ragazza ti chieda di uscire con lei? – rispose beffarda la francese – Ok, te lo dico senza mezzi termini: tu sei in pericolo e se non ti sbrighi questa casa diventerà la tua tomba.” “Incoraggiante! E io dovrei crederti? Faresti prima a dirmi che sono il nuovo Messia e che il Papa vuole la mia testa! Andiamo, sii seria e dimmi perché dovrei seguirti e per quale motivo sei venuta a svegliarmi a quest’ora di sabato mattina!” “Tu non vuoi capire, eh? Non sto scherzando. La tua vita è in pericolo!” A riprova di quello che stava dicendo la ragazza, la finestra del soggiorno venne infranto da una pallottola che andò a conficcarsi nel soffitto. “Sei contento ora? Muoviti, non c’è un minuto da perdere!” Dustin, bisogna dirlo, era abbastanza spaventato e non replicò, né si ribellò quando Francine lo spinse in camera; si vestì in fretta e furia e nel giro di pochi minuti lui e la ragazza erano fuori dal palazzo, lì vi era una BMW M3 grigia ad aspettarli con dentro l’altra giovane che era al centro commerciale il giorno precedente, vi entrarono e partirono a tutta velocità dirigendosi fuori da Dublino. “Mi volete spiegare cosa diamine succede e perché mi hanno sparato in casa?” Le due ragazze iniziarono a parlare tra loro in francese, dopodichè Francine si voltò e iniziò a spiegare a grandi linee qual’era il problema. “Tu hai ricevuto un pacco qualche giorno fa e dentro al pacco c’era un diario o un libro. Quelli che ti hanno sparato oggi vogliono quel libro. Noi anche. Solo che loro vogliono che tu muoia per paura che tu abbia letto quel libro, noi vogliamo che tu lo legga e lo capisca fino in fondo. E’ da quando quel pacco è partito da Roma che lo seguiamo ed è così che abbiamo trovato te.” “Un pacco? Dovrei aver ricevuto un pacco? – disse pensoso Dustin – Ah! Sì! Dovevo andarlo a ritirare lunedì, mi hanno recapitato l’avviso ieri perché non ero in casa quando è passato il postino. L’ho trovato ieri sera, dopo che sono rientrato dal centro commerciale.” L’altra francese inchiodò, si fermò in mezzo alla strada e si voltò verso il ragazzo. “Tu non hai il libro? – chiese adirata, poi voltandosi verso Francine – Mi avevi detto che lui aveva il libro! E invece non ce l’ha! Fino a lunedì non ce l’avrà!” “No, aspettate, in realtà non ce l’avrò fino a mercoledì. Martedì è Natale, quindi lunedì l’Ufficio Postale è chiuso. Sì, fino a mercoledì il libro rimane al sicuro alle Poste, decisamente.” “No. – lo corresse Francine – L’Ufficio Postale sarà anche chiuso, ma noi possiamo comunque avere il libro. Dobbiamo tornare indietro Valerie, entrare al deposito postale e poi scappare col libro. Loro non sanno che lui il libro non ce l’ha e lo staranno cercando a casa sua” “Ok, va bene, ma stavolta stai attenta, non voglio dover scappare anche dalla Polizia come è successo a Roma.” Fecero inversione e si reimmersero nel traffico dublinese, arrivati a destinazione Francine scese dall’auto, si tolse il cappotto e iniziò a cercare una porta che fosse nascosta dalla vista dei passanti. Mentre aspettavano in macchina Dustin cercò di porre qualche domanda alla ragazza rimasta con lui, ma ottenne solo risposte vaghe o gli veniva detto che quando avrebbero avuto il libro tutto sarebbe stato più chiaro; dopo dieci minuti scattò l’allarme e Francine sbucò di tutta fretta da un vicolo con in mano un pacco. Valerie accese il motore e le andò in corso, poi tutto fu velocità e asfalto. “Cosa diamine è successo? Ti avevo detto di stare attenta!” sbottò la guidatrice. “Io sono stata attenta. Gli altri no. Sono arrivati mentre stavo andando via, entrando dalla porta principale, come se niente fosse. Ovviamente hanno fatto scattare tutti gli allarmi che c’erano dentro quel posto, ma sono riuscita a trovare quello che cerchiamo prima di loro.” A quel punto scartò il pacchetto e passò un libro all’apparenza abbastanza datato a Dustin. “E’ questo il libro che doveva arrivarmi? Sembra di valore, almeno per un antiquario o una biblioteca.” “E’ di valore. – disse stizzita Valerie – Più di quanto tu possa immaginare. Ancora non capisco perché Giovanni l’abbia spedito a te!” “Giovanni? State parlando del professor Ruggeri?” “Certo che stiamo parlando di lui!” rispose la pilota. “Ma non lo vedo dai tempi in cui feci il corso di Storia Medievale a Firenze più di 5 anni fa!” “E non credo che lo rivedrai, visto che subito dopo aver spedito il pacco è stato ucciso da quelli che ti stanno cercando.” Chiarì Francine. “Ehi, ehi, calma, in cosa mi avete coinvolto? E’ già grave che qualcuno mi abbia sparato dentro casa e ora viene fuori che il mio professore mi ha coinvolto in qualcosa per cui lui ha perso addirittura la vita? Fermate la macchina e fatemi scendere, tenetevi il libro e rischiate voi la vita. Ho detto FERMA LA MACCHINA!” “Smettila di gridare, idiota! Se potevamo fare noi quello che Ruggeri vuole che tu faccia, non saremmo venute a prenderti. Leggi quel maledetto libro e sii un po’ uomo!” esclamò adirata Valerie. “Sii un po’ uomo. – le fece verso Dustin – Mi volete dire chi diamine siete voi due e cosa c’entrate col professore?” “Le domande falle dopo, ora leggi quel maledetto libro, dobbiamo andare da qualche parte e se non ci dici tu dove, non sappiamo cosa fare.” Asserì la guidatrice. “Siamo messi bene, voi due mi venite a prelevare, mi date un libro che non riuscite a leggere e siamo anche inseguiti.” “Inseguiti?” trasalì Francine. “Sì, inseguiti! Belle avventuriere che siete! – rispose il ragazzo – E’ da quando abbiamo lasciato Dublino che quella Mercedes non ci molla un secondo.” “Potevi dircelo prima! Reggetevi, cerco di seminarli.” Proruppe Valerie. Il motore della BMW urlò a quel punto tutta la sua potenza e la guidatrice dimostrò di essere una scavezzacollo senza limiti: a oltre centoventi chilometri orari si infilò nelle stradine di un paesino che stavano attraversando, fregandosene dei sensi unici e delle zone pedonali, un incubo su quattro ruote che durò cinque minuti, ma che a Dustin sembrarono cinque minuti di troppo. Dopo un’ora si fermarono ad un distributore di carburante con annesso snack bar; scesero tutti e tre e finalmente lui riuscì a vedere in faccia anche Valerie. Era una ragazza bionda, dai tratti sofisticati, alta più di Francine e con un fisico sicuramente costruito in palestra o in piscina, ma di certo non privo di grazia. Era decisamente in bella compagnia, se non fosse che era inseguito da pazzi omicidi. “Mentre io entro a fare un po’ di scorte, tu e Francine rimanete qui. Cerca di capire dove il libro vuole che andiamo e fallo in fretta, altrimenti continueremo a girare a vuoto.” Disse la bionda mentre si dirigeva verso lo snack bar. Dustin la guardò allontanarsi e poi si rivolse verso l’altra ragazza. “ Non ho ancora capito cosa diamine volete che faccia.” “Non è difficile, apri il libro, lo leggi, lo traduci e ci dici dove andare.” “Sì, ma andare a fare cosa?” “Se non traduci quello che c’è scritto, non lo sapremo mai.” Chiarì una volta per tutte Francine. “Vuoi dire che neppure voi sapete cosa dobbiamo fare? Ohhh, perfetto! Rapito, inseguito da degli uomini con grossi fucili e senza neanche una vaga idea del perché!- disse sarcasticamente il giovane – E ora mi tocca anche tradurre un libro che mi ha inviato un mio ex professore che ora è morto!” “Vuoi tradurre o vuoi che Valerie si arrabbi sul serio? E’ cintura nera di non so quante arti marziali e non credo la prenderebbe bene se ti vedesse intento a lagnarti.” “Ok, ok, ora lo leggo.- poi aggiunse, tra se e se – Ma guarda te che razza di situazione, quando ho aperto, speravo fosse una ninfomane, invece è solo una maniaca suicida!” Aprì il libro e vi trovò una lettera di Ruggeri “Caro Dustin, se leggi questa lettera vuol dire che il pacco è arrivato a destinazione e che probabilmente io sono già stato preso da chi insegue quello che ti chiederò di cercare. Nei prossimi giorni dovrebbero arrivare a Dublino due ragazze, sono francesi, se controlli l’e-mail ti ho inviato un file, criptato alla maniera di quando eri mio studente, con le loro foto e i loro nomi. Fidati di loro, e loro si fideranno di te, hanno bisogno di te. Eri il migliore nel mio corso, soprattutto a risolvere i codici segreti usati nel Medioevo. Ed è questo quello che ti chiedo di fare. Questo libro contiene la chiave per arrivare ad un segreto tenuto nascosto da più di 700 anni lì in Irlanda: si tratta di un artefatto di inestimabile valore. Troverai tutte le risposte in questo manoscritto. Ma devi fare in fretta, devi trovarlo entro il prossimo 26 Dicembre o sarà tutto perduto. Soprattutto non far cadere questo libro e quello che troverai nella mani di quelli che stanno tentando di uccidere me, ne va della salvezza di tutti. Giovanni”
FINE PRIMA PARTE 2月12日 Il Velo Oltre Le Stelle (seconda parte) L’interno della piramide era tutto tranne che spoglio da tecnologia; al capitano pareva di essere entrato in uno degli stand della Fiera Scientifica a cui andava coi genitori da piccolo, ad Emerson, invece, si fermò il cuore per l’emozione. Venne loro incontro un uomo anziano, sulla settantina, che li invitò a seguirlo, mentre lo scienziato continuava a guardare estasiato le pareti su cui si rincorrevano flussi di protoni; giunsero in una stanza abbastanza anonima e spoglia, al cui centro vi era un tavolo, apparentemente in alluminio con sopra poggiato un proiettore olografico; appena entrati, l’anziano spense le luci e il proiettore prese vita. Davanti a loro apparve il volto digitalizzato di un uomo. “Benvenuti – disse una voce metallicamente profonda – so che vi starete chiedendo perché l’apparenza di questo mondo sia quella di essere rimasto all’età pre-elettrica, quando qui dentro c’è tutta la possibile e immaginabile conoscenza tecnologica.” “Non è che ce lo stavamo chiedendo – intervenne Emerson – quando ho sentito parlare di “magia”, ho sospettato che non fosse proprio reale. Di certo siamo stupiti che non vogliate renderne partecipi gli altri abitanti del pianeta.” “Oh, ma noi li rendiamo partecipi! – disse l’ologramma – I nostri esperti aiutano nelle costruzioni, nelle colture e quant’altro, solo facciamo in modo che credano nella magia piuttosto che nella tecnologia o la scienza.” “E tutto questo perché?” Domandò McTraggart. “Perché dare a tutti la possibilità di progredire, significa dare il potere a tutti di farsi le proprie armi ed iniziare guerre inutili. – rispose la voce digitale – Meglio che siano in pochi a detenere la conoscenza. Pochi e in grado di sapere cosa è meglio fare, usandola il meno possibile.” “E allora perché rivelarla a noi? – chiese Emerson – Chi vi assicura che non andremo a dirlo ai quattro venti?” “Dottor Emerson – esordì l’anziano che era con loro nella stanza – lei è uno scienziato, il suo accompagnatore è un capitano di vascelli spaziali, siete in grado di comprendere benissimo la situazione.” “Che sarebbe?” chiese il capitano. “Sappiamo che il dottore ha inventato una nuova tecnologia, in grado di riciclare in modo pulito i rifiuti, senza sprecare niente…” “Come fate a….?” domandò stupito lo scienziato. “Lo sappiamo perché le sue ricerche sono giunte fin qui. Ogni tanto qualcuno inciampa ancora nelle anomalie e quindi ci arrivano notizie dal vostro universo.” Rispose il volto digitale. “Quindi siete a conoscenza delle mie ricerche, ma a cosa vi servono? Qui non avete niente da riciclare, potete usare i rifiuti organici come concime.” “Non è del tutto esatto. – intervenne l’anziano – per mantenere in equilibrio l’ecosistema, dobbiamo alimentare i condensatori atmosferici e, sfortunatamente, il combustibile si sta già esaurendo. Se i condensatori dovessero spegnersi, tutto morirebbe nel giro di pochi mesi.” “Abbiamo inviato qualche richiesta di combustibile attraverso l’anomalia, ma non abbiamo mai ricevuto risposte” concluse l’ologramma. “Quindi voi volete che il dottor Emerson vi aiuti a costruire dei nuovi motori usando la sua scoperta, esatto?” Dedusse il capitano. “Per farla breve sì.” Assentì il vecchio. “E voi troverete un modo per rimandarci a casa?”chiese Emerson. “Quello non possiamo garantirlo. Io stesso sono bloccato qui da quelli che per voi sono centoquattro anni” disse la voce metallica. “Centoquattro anni? Come è possibile?” si stupì McTraggart. “Qui il tempo scorre più lentamente che nella dimensione da cui siete entrati, inoltre il cibo ci garantisce un’aspettativa di vita enormemente più lunga, per non parlare delle ricerche che abbiamo fatto su noi stessi. Quando caddi nell’anomalia stavo facendo il mio primo viaggio spaziale. A quel tempo mi chiamavo Eugene Fruller.” Spiegò la voce senza corpo. “Eugene Fruller? L’ingegnere a capo dello sviluppo delle astronavi ibride combustibile-psitroni? – disse Emerson e il volto digitale assentì – Ormai è nei libri di storia come il più grande fallimento negli esperimenti spaziali! Tutti sanno che Eugene Fruller è morto!” “Non è morto, e quell’esperimento non fallì. – intervenne l’anziano – La nave finì per trovarsi a pochi chilometri da un varco e ci finì dentro per inerzia. Ero con lui quando successe. Sono Anton Perez Meniola, il medico di bordo.” “Quindi noi dovremmo credere che voi siate due membri dell’equipaggio del “Columbia Starcrawler”. – si accertò McTraggart – E che stiate vivendo qui da più di cento anni.” “E che abbiamo tentato in tutti i modi di fuggire da qui.” Aggiunse Fruller. “Quel portale è come l’uscita di, scusate la similitudine, una fogna. Ci sono migliaia di condotti che portano tutti al solito punto d’uscita. Il problema è che entrando da questa parte, è impossibile sapere dove si uscirà.”completò Meniola. “Beh, con le nostre tute potremmo farcela, sono progettate per lo spazio aperto – osservò Emerson – quindi potremmo salvarci.” “Non è così semplice. Vi sono portali anche all’interno delle orbite attrattive di stelle o su pianeti la cui temperatura supera i seicento gradi o scende allo zero assoluto. Rischiereste anche di non uscire nello stesso punto.” Disse l’ex ingegnere. “I vegani erano gli unici che potevano avere un’idea di come uscire, ma sono stati sterminati dalle guerre intestine e ora non ci rimane altro che pochi progetti delle loro sonde. - disse mestamente il medico – E voi siete bloccati qui, con noi.” Mentre stavano discutendo entrò nella stanza un giovane abbigliato come uno stregone. “Maestri, ci sono altri terrestri che stanno uscendo dal portale e stavolta sono armati.” “Maledizione! Non vedendoci tornare, devono aver pensato che siamo caduti in una trappola! – esordì il capitano – Dobbiamo raggiungerli prima che le cose si facciano pericolose per gli abitanti.” “Non si preoccupi capitano, - disse Meniola – possiamo rendere inoffensive le armi dei suoi uomini da qui, basterà…” “No, non potete renderle inoffensive – spiegò Emerson – sono armi costruite con nuove concezioni, se proverete a disattivarle a distanza, attiverete invece il fuoco automatico, causando una strage. Devono essere spente direttamente da chi le maneggia.” Detto questo, il capitano ed il dottore si precipitarono all’esterno della piramide verso le porte della città. Quello che videro fece accapponare loro la pelle: gli uomini della “Nightwalker” erano stati circondati da centinaia di esseri giganteschi, probabilmente mutaforma, ricoperti completamente di scaglie e con enormi ali sulla schiena, molto simili alle rappresentazioni dei draghi mitologici; ormai quasi la metà dei soldati era stato schiacciato dal peso dei titani o bruciati dalle fiamme che fuoriuscivano dalle loro fauci, lasciando sul terreno una poltiglia rossastra e fumante. Il capitano si gettò nel mezzo e gridando tentò di farsi sentire dai suoi uomini, che, quando lo videro, smisero di sparare e deposero le loro armi. I draghi tornarono ad essere umanoidi e se ne andarono verso la città lasciando McTraggart solo con quello che rimaneva dell’equipaggio, mentre Emerson li raggiungeva. “Capitano, cosa diamine erano quelle cose? - chiese l’ufficiale in seconda – E soprattutto, dove ci troviamo? Perché è vestito in questa maniera? Cosa….” “Si calmi Oliver, – disse il capitano – e rifletta sul fatto che adesso siamo tutti, e non solo io e il dottor Emerson, condannati a rimanere su questo pianeta.” “Cosa vuol dire?” fu l’interrogativo che venne unanime dai militari. “Vuol dire che non potremo attraversare quel portale, senza rischiare di ritrovarci a bruciare, congelare o chissà quale altra terribile sorte. Quella è un senso unico, in pratica. E voi ci siete entrati mettendo a rischio anche le vite della gente che abita questo luogo.” Disse Emerson. “Bene e allora che facciamo adesso?” chiese Oliver. “Adesso, i vostri uomini consegneranno le armi e seguiranno la Guardia Reale fino all’Emporio, dove verranno spogliati e rivestiti, esattamente come lo siete stati voi.” Disse Gilbert, una delle due guardie che avevano accolto inizialmente il capitano e il dottore. “E se opponessimo resistenza? – intervenne spavaldamente uno dei militari – Cosa fareste? Ci tirereste addosso dei sassi?” “No, - asserì Fishil - lasceremmo che l’intera popolazione dei mutaforma si trasformi in quei giganteschi rettili e vi usino come stuzzicadenti.” A quel punto McTraggart decise di interporsi e far valere la sua posizione di comando, ordinando che i suoi uomini facessero quello che i due soldati avevano detto. Dopo poche ore quello che rimaneva dei cosmonauti si ritrovò all’esterno di una specie di locanda, situata a pochi metri dall’Emporio, mancava solo il dottor Emerson, che si era recato alla Piramide per discutere con i “maghi” della costruzione dei nuovi motori dei condensatori. Passarono alcuni mesi e lentamente i terrestri iniziarono ad adattarsi al nuovo stile di vita, ma per tutti loro era difficile arrendersi all’eventualità di rimanere ancora su quel pianeta, soprattutto per Emerson, il quale continuava studiare i progetti vegani per riuscire a creare un modello in grado di tracciare un sentiero sicuro attraverso il portale. Un giorno, finalmente, l’esperimento riuscì: la sonda uscì dal portale, registrò dati confortanti e tornò indietro. I tentativi effettuati furono in tutto una decina e i dati raccolti non variavano mai: avevano trovato una strada percorribile. Il dottore e gli uomini della “Nightwalker” si misero a lavoro e due mesi dopo avevano pronta una navetta; l’entusiasmo dei terrestri era alle stelle, tranne quello di James McTraggart. “Non credo che vi seguirò Laurence, – disse la sera prima della partenza ad Emerson – dall’altra parte non ho nessuno che mi aspetta, mentre qui ho iniziato una nuova vita. Aiuterò Fruller e Meniola a mantenere l’ordine e seguirò il loro esempio, lo spazio non fa più per me. Ho già avuto la mia dose di stelle e vuoti siderali.” “Ti capisco James, - rispose rattristato lo scienziato – ma mancherai ai tuoi uomini.” “Lo so, ma non posso lasciar sola Erinna, soprattutto ora che è incinta.” Continuò McTraggart sorridendo. “Incinta? – esclamò Laurence col sorriso sulle labbra – Stai per diventare padre James! E da quanto lo sai?” “Da stamani. Qui ho tutto quello che ho cercato per l’intera durata della mia vita, non posso andarmene. Salutami le colonie Laurence e fai buon viaggio.” “Lo farò Jim. Allora addio e abbi cura della tua famiglia.” Il mattino dopo la navetta costruita dai terrestri sperduti nell’universo, partì verso l’ignoto e su Melchor nessuno ebbe più loro notizie. Fu invece noto a tutti che Erinna, la figlia del governante cittadino, diede alla luce una bellissima bambina di nome Diana, avuta dal capitano McTraggart, l’unico dei profughi terrestri rimasto ed integrato nelle Guardie Reali. E fu la prima di molti figli che la coppia ebbe. Per quanto riguarda il dottore e l’equipaggio dell’astronave, tornarono esattamente dove era iniziata la loro avventura extradimensionale e, recuperata la “Nightwalker”, tornarono nel sistema solare. La loro storia è rimasta negli annali, poiché sollevò il velo su uno dei misteri più oscuri delle stelle e sulla scoperta dell’esistenza di altre dimensioni, anche se da allora nessuno è più riuscito a raggiungere Melchor e la sua pace. 2月11日 Il Velo Oltre le Stelle
(Prima Parte)
Tutto ebbe inizio con un viaggio, ma tutto si concluse con una nascita. Il dottor Emerson propose la sua teoria il 15 Marzo 2152, seppure da quasi vent’anni nessuno si avventurava più nello spazio per esplorare, Laurence Emerson era sicuro che i viaggi spaziali fossero ancora possibili e così presentò al Comitato Per lo Sviluppo delle Tecnologie Spaziali (CPSTS) un nuovo modello di propulsione che rendeva obsoleta la tecnologia a curvatura e quella psitronica, rispettivamente teorizzate da Einstein e Frullifer; il suo progetto prevedeva, infatti, l’utilizzo di energie biochimiche che sarebbero state ricalibrate a livello subatomico, così da teleportare, attraverso salti misurati, la nave ed i suoi occupanti. Lo schema di base lasciava intuire, inoltre, che si sarebbe ottenuta una fonte quasi inesauribile di energia, in quanto i materiali richiesti erano semplicemente i rifiuti organici di ogni tipo. Il progetto ottenne quasi subito il benestare e dopo pochi mesi furono testati i primi prototipi; nel giro di un anno i cosmonauti ebbero a disposizione la prima nave e due anni dopo il dottor Emerson si imbarcò sulla “Nightwalker”. L’intero equipaggio era stato addestrato sulle colonie che gravitavano intorno a Saturno ed il capitano, James McTraggart, vi era addirittura nato; il viaggio li avrebbe portati nel sistema di Antares in circa quaranta giorni terrestri, stando ai calcoli di Emerson. La navigazione si svolse senza problemi ed arrivarono in vista del pianeta più esterno nei tempi previsti. Dopo poche ore dall’entrata in orbita, avvistarono ciò che avrebbe derminato il loro destino di li a poco.
All’inizio apparve come un cargo commerciale proveniente dal sistema vegano, che si era incagliato in un asteroide e poi fosse stato preso insieme ad esso nell’orbita del piccolo corpo celeste; dal relitto non giungeva alcun segno vitale e le scansioni dei sensori della nave terrestre non rivelavano niente di utile, così venne deciso di analizzare la situazione in prima persona. Il capitano e lo scienziato furono i primi a mettere piede all’interno dell’astronave extraterrestre, ma non sarebbero stati gli ultimi. Quando entrarono in quello che pareva essere l’hangar di carico, l’enorme portello alle loro spalle si richiuse e le luci si accesero, a quanto pareva, il sistema elettrico e quello di sicurezza funzionavano ancora. In fondo al grande locale c’era una porta aperta, probabilmente quella che portava direttamente alla decontaminazione e poi faceva accedere al ponte della nave; i due uomini la attraversarono e si trovarono davanti qualcosa di realmente inaspettato: si trovavano sul fianco di una collina e sotto di loro si stendeva una città, di quelle di cui si leggeva nei libri di storia parlando del millennio precedente; non vi erano grattacieli, né strutture in cemento, o auto o moto, solo pietra, legno e paglia. Il dottor Emerson si tolse il casco e per la prima volta nei suoi 46 anni fece l’esperienza di “una boccata d’aria pulita”, poi fu imitato da McTraggart ed insieme si diressero verso le ciclopiche mura di quell’arcaica città. Nel tragitto incrociarono una strana e variopinta moltitudine di razze umanoidi, da quelle con fattezze animali, a quelli chiaramente umani, ma di dimensioni ridotte o leggermente differenti; se non fosse stato per l’assenza di alcun segno di tecnologia spaziale, tutto questo si sarebbe potuto scambiare per un porto intergalattico. Giunti ai cancelli cittadini furono fermati da due individui abbigliati in una maniera che ne suggeriva l’appartenenza a qualche corpo militare o adibito al mantenimento dell’ordine pubblico. “Nasla, vach za rivanda?” Emerson guardò perplesso la guardia che gli aveva rivolto parola e cercò, gesticolando, di far capire che non era in grado di comprendere il linguaggio usato; la reazione che seguì fu del tutto inaspettata ad entrambi i terrestri: i due soldati iniziarono a perquisirli, per così dire, ed estratto ciò che cercavano dalle loro tasche, si misero a lavorarci sopra e poi resero il tutto ai due ignari visitatori. Quello che si trovarono in mano erano i loro traduttori; se li misero addosso e quando le due guardie parlarono, finalmente, la loro lingua fu comprensibile. “Stavo chiedendovi da dove veniste, ma data la vostra tecnologia, direi che dovete provenire dal pianeta che viene chiamato Terra, sbaglio?” “No, ciò che ha detto è esatto – rispose stupito il capitano – ma come fate a sapere come configurare i traduttori?” “In effetti è da un po’ di tempo che nessuno del vostro settore viene da queste parti, ma non crediate che siano così complicati da sistemare, anzi, sono molto più elementari di molti altri” chiarì la seconda guardia. “Comunque, come siete arrivati qui? Pensavamo che i portali verso il vostro spicchio d’universo fossero ormai chiusi.” “Beh, in realtà non lo sappiamo nemmeno noi, – spiegò il dottor Emerson – eravamo in esplorazione nei pressi del sistema di Antares, e abbiamo notato una nave vegana incagliata in un asteroide, siamo entrati per dare un’occhiata e siamo apparsi sul crinale di quella collina a Nord.” “Una nave di Vega nel settore di Antares? – domandò una voce alle spalle di McTraggart – non si vedono astronavi di quel luogo ormai da decenni!” Colui che aveva parlato era sicuramente un abitante di uno dei pianeti più popolosi che i terrestri conoscessero: Diapon. Situato nel sistema di Antares, contava più di venti miliardi di abitanti, i quali erano bipedi, solitamente alti tra i due e i due metri e mezzo, con pelle a scaglie rosse ed argento. “Beh, questo però non vuol dire che uno dei loro cargo-portali non possa esserci incagliato in un asteroide!” disse la prima guardia. “ Noi l’abbiamo trovata all’estremità del sistema, in orbita vicino al pianeta più esterno.” Precisò il capitano. “Sia dove sia, voi terrestri non dovreste trovarvi qui – riprese la guardia – abbiamo chiuso i rapporti con la vostra razza dopo che molti di voi decisero di rimanere.” “Noi non volevamo essere qui, - asserì Emerson – anche perché non sappiamo assolutamente dove ci troviamo.” “Voi non sapete dove siete? – chiese stupita la seconda guardia – Non avete proprio idea di dove vi troviate? – una risata si stava disegnando sul suo viso – E quindi non conoscete niente di questo mondo, esatto?” “Beh, francamente parlando, no. Non ne sappiamo niente. – rispose un po’ contrariato McTraggart – Però vorremmo saperlo.” “Siete su Melchor, un pianeta su cui abbiamo deciso di evitare di usare tecnologie troppo avanzate. – espose il primo soldato – Questo pianeta all’inizio, circa duecento anni fa era completamente disabitato e non si trova su nessuna mappa stellare, perché, beh, perché non è nell’universo da cui provenite voi. O da dove provenivano i nostri progenitori. Nessuno è originario di qui, siamo tutti figli o nipoti di chi ha deciso di stabilircisi.” “E come è stato possibile raggiungere questo luogo?” Domandò, curioso, il dottor Emerson. “Circa duecento anni fa si verificò un’anomalia, se così vogliamo chiamarla, che aprì dei portali in tutti gli angoli dell’universo, - intervenne il diaponiano – e così iniziarono ad arrivare centinaia e centinaia di esploratori. L’unico inconveniente era che chiunque arrivasse qui era costretto a rimanerci e così…” “Rimanerci? – sbraitò il capitano – In che senso rimanerci? Non c’è modo di tornare indietro?” “In effetti no. Il portale è solo uno qui, ed è quello da cui siete passati voi, ma di entrate ce ne sono a migliaia, se non miliardi – disse il primo guardiano – quindi non si sa dove si finirebbe riattraversandolo.” “E la nave vegana? Avete detto che era un cargo-portale, – chiese Emerson – come è possibile che ne abbiano creata una se non sapevano che c’era un pianeta? Dovrà pure essere tornato qualcuno, allora!” “I vegani sono stati gli unici a riuscirci. – chiarì il diaponiano – ma non senza perdite. Inviavano qui persone con al seguito macchine per le rilevazioni e poi le rispedivano indietro. A quel che sappiamo hanno raccolto così i dati e sapevano del pianeta.” “Quindi noi siamo bloccati qui, giusto?” L’allarmismo nella voce del capitano era palpabile. “Direi di sì, comunque ancora non ci siamo presentati – disse la prima guardia – io sono Gilbert e il mio collega è Fishil. Io sono nato da una famiglia di terrestri, mentre lui è originario del sistema di Alpha-Centauri” “Io invece sono Jkxyilpt.” Si presentò il diaponiano. “Noi siamo Laurence e James, ovviamente terrestri.” “Bene, ora che abbiamo fatto le presentazioni, è meglio che ci seguiate, dobbiamo trovarvi un alloggio e dei vestiti diversi dalle vostre tute” disse Fishil. Ora che lo vedevano bene, era evidente che era un centauriano: pelle spessa, del color del cuoio, tratti quasi taurini, altezza leggermente inferiore alla media umana e una spina dorsale irta di borchie vertebrali. Gilbert invece era un mulatto, alto per la media umana, ma ben proporzionato. “Mi spiace che siate incappati in questo trabocchetto involontario, ma da quando, vent’anni or sono, i terrestri portarono armi da fuoco e tecnologia bellica, abbiamo dovuto fare in modo che l’anomalia vicino al vostro pianeta fosse chiusa. - spiegò mestamente Gilbert – Era stato deciso dal consiglio dei coloni che qui avremmo vissuto senza tecnologie troppo avanzate ed infatti abbiamo creato città e attrezzi simili alle età pre-elettriche delle varie culture. Ma alcuni vegani malintenzionati avevano informato i cartelli criminali terrestri parlando di un pianeta vergine su cui potersi creare una nuova vita e sfuggire alla legge; così iniziarono ad arrivare pistole, fucili e tutto quello che poteva essere utile a creare scompiglio e morte. Per fortuna alcuni dei vegani erano ancora in possesso delle sonde da rimandare indietro e grazie a loro fu possibile chiudere le anomalie ed interrompere i rifornimenti. Da allora non ci sono più stati ingressi di terrestri, fino ad oggi.” Mentre camminavano verso l’interno della città, il dottor Emerson rimase affascinato dal modo in cui, pur senza macchine, quelle persone erano riuscite a costruire edifici così maestosi, strade così efficienti e mantenere un’economia attiva e apparentemente fiorente. Seguendo le due guardie e il diaponiano giunsero ad un palazzo situato al centro di un crocevia ed al suo interno trovarono una moltitudine di persone intente in varie attività, dalla sartoria, alla conciatura; Gilbert e Fishil li indirizzarono verso una saletta laterale e poi uscirono da dove erano entrati, il diaponiano, invece, si diresse verso i piani superiori. Il dottor Emerson e il capitano McTraggart si sedettero sui sedili posizionati alle pareti ed attesero, dopo qualche tempo arrivò un umanoide di statura minuscola che li squadrò dai piedi alla testa con fare saccente. “E così voi siete appena arrivati, eh?” la sua voce aveva un che di fastidioso, soprattutto per il militare. “Sì, diciamo pure così, ma di sicuro non saremmo qui se fosse per noi.” Rispose secco McTraggart. “Di vostra volontà, o no, ora siete qui e quindi è necessario che vi abbigliate come più si confà a questo luogo. O volete andare in giro a spaventare la gente?” ribatté il piccoletto.”Noi non vogliamo spaventare nessuno, vorremmo solo trovare il modo di andarcene da qui.”intervenne Emerson.”Per questo dovrete parlare con qualcuno dei nostri specialisti in arti arcane…” “Arti arcane? Cosa vuol dire?” domandò lo scienziato. “Beh, magia, no? Non avete la magia da dove venite voi? E comunque ora dobbiamo pensare a darvi abiti adeguati, parleremo poi dei maghi.” Detto questo, l’omuncolo sparì e torno poco dopo accompagnato da altri personaggi di varia natura, tra cui due che sembravano essere i centauri dei miti greci, e fecero indossare ai due terrestri abiti simili a quelli degli abitanti della città, ovvero una camicia di lino, delle braghe di tela, scarpe basse ed un gilet di pelle. “Bene, ora siete presentabili. Vi porterò dai nostri maghi, ma non vi prometto nulla, – disse il piccoletto – capisco che per voi sia un po’ uno shock, ma come vi hanno già detto, nessuno è mai uscito da questa dimensione.” Poi si diresse verso l’uscita del palazzo e, seguito dallo scienziato e dal capitano, si incamminò verso Est. Dopo qualche minuto giunsero ad un edificio di forma triangolare e dipinto di vari colori, dal rosso al giallo, dal verde al blu. “Eccoci arrivati. – disse solennemente il nano – Ora entrate e chiedete del Sommo Maestro. Sono già stati informati del vostro arrivo.” Emerson e McTraggart entrarono.
(Fine Prima Parte) 2月10日 L’Urlo Del Sole
La giornata era iniziata come tutte le altre per Craig: sveglia, colazione e, poiché era periodo di vacanza, baldoria fino alla sera. Lui ed Alex avevano progettato tutto per quel break di primavera: avrebbero portato Eleonor e Janice a Los Angeles e lì sarebbero rimasti fino alla fine delle vacanze. Il pomeriggio i due amici andarono a recuperare le loro ragazze e partirono con la macchina del padre di Craig. La strada dal Nevada alla California non è eccessivamente lunga, ma la monovolume sembrava soffrire del caldo eccessivo di quei giorni e nel bel mezzo del deserto abbandonò i ragazzi. “Maledizione a mio padre e alla sua scarsa attenzione!”disse Craig chiudendo il cofano con forza. “Che c’è C?” Chiese Alex. “Il radiatore è andato! Gli avevo detto di farlo ricontrollare, ma se ne è sempre dimenticato. Quel bastardo!” “Craig smettila! – Eleonor non sopportava quando il suo ragazzo inveiva contro il padre – E’ tuo padre, e poi potevi pensarci tu, no? In fondo sei tu che hai voluto prendere la monovolume.” “Stai zitta Ellie! – replicò lui, ulteriormente irritato dalle parole della giovane – Non potevamo certo prendere la tua, o quella di nessuno di noi, sia perché non ci saremmo entrati, sia perché quegli spilorci dei nostri genitori ci hanno regalato solo catorci!” “Se devi dare di spilorcio a qualcuno, parla solo dei tuoi di genitori!- intervenne Janice- I miei hanno sempre avuto poco da spendere e si sono sacrificati per darmi un’auto. Non siamo tutti figli di ricconi come te!” Decisamente la situazione stava degenerando, per fortuna intervenne Alex a calmare gli animi. “Su, ragazzi, smettetela, siamo bloccati nel bel mezzo della statale, dobbiamo solo cercare un distributore o chiamare un carroattrezzi, vedrete che arriveremo a Los Angeles entro domattina.” “Hai ragione Al, scusa – disse Janice, la sua ragazza – solo che credo che il Sole ci stia dando alla testa” Anche gli altri si scusarono e poi tirarono fuori i cellulari. Nessuno dei telefoni riceveva segnale, erano isolati. “A quanto pare il caldo sta dando alla testa anche ai telefoni! – disse sarcastico Craig – Non ci resta che fare l’autostop e raggiungere un distributore.” Attesero a lungo sotto il cocente Sole del deserto, ma più aspettavano e più sembrava lontana la possibilità che qualcuno potesse arrivare. “Questa cosa è completamente illogica! – esordì, a un certo punto, Eleonor – Siamo sulla statale che collega due Stati, dico DUE STATI, e non passa nessuno? Siete sicuri di non aver sbagliato uscita e che ci siamo persi nel mezzo del nulla?” “Io sono SEMPRE sicuro di quello che faccio Ellie! – rispose stizzito Craig – Non abbiamo sbagliato strada! Guarda il Sole! Tramonta ad Ovest, no? Ecco! Ma cosa….?” Spostando lo sguardo verso il Sole tutti si accorsero che c’era qualcosa che non andava. Erano partiti poco dopo mezzogiorno e da allora sembrava che nulla fosse cambiato: il Sole non si era mosso di un solo millimetro, eppure gli orologi segnavano le 17, e in quel periodo dell’anno ciò corrispondeva a circa due ore prima del tramonto. “Questo decisamente non è normale.” Affermò Alex. “No, assolutamente non lo è.” Confermò Craig. “Beh? Cosa facciamo? – chiese Janice – Rimaniamo qui ancora a lungo a farci cuocere per gli avvoltoi?” “Non essere drammatica, Jan! Io e Craig torniamo indietro, al distributore che abbiamo passato prima e poi vi veniamo a prendere.” “E io ed Ellie cosa facciamo? Ci arrostiamo?” “No – disse Craig – prendete i due ombrelloni e vi ci mettete sotto, insieme a qualcosa da bere ed aspettate. Se poi volete anche abbronzarvi, fate pure.” Detto questo i due ragazzi si avviarono lungo la Statale.
Craig ed Alex erano amici fin da quando erano nati, ad un giorno di distanza l’uno dall’altro, quindi si conoscevano da 20 anni puliti puliti. Quanto era scuro di pelle il primo, tanto era diafano l’altro; tanto era muscoloso e impulsivo il primo, tanto era magrolino e riflessivo l’altro. Seppure affrontassero la vita in maniera diametralmente opposta, non erano mai stai in vero e proprio disaccordo. Il giorno in cui incontrarono Eleonor e Janice fu il giorno più strano della loro vita. Erano passati due anni e ancora ci pensavano: erano a Las Vegas, ci andarono per giocarsi i primi soldi che avevano guadagnato lavorando al Burger King del fratello di Alex, e lungo il viale principale videro queste due ragazze che si aggiravano quasi sperdute. In un impeto di sicumera Craig le avvicinò e si propose di accompagnarle, insieme al suo amico, nel miglior ristorante della città, che loro non conoscevano affatto. Finirono in un fast food, dove rimasero fino a tarda notte scoprendo che le ragazze sarebbero andate al loro stesso college. Si scambiarono i numeri e le e-mail e all’inaugurazione dell’anno accademico si ritrovarono e da quel momento non ci fu niente che li separò.
“Non credi che stiamo camminando già da troppo tempo?” chiese Craig dopo circa una mezz’ora
“Credo di sì. Questa cosa sta passando dal surreale al terrifico. Mi sembra di essere in film horror di serie B, – rispose Alex- di quelli in cui poi tutti impazziscono ed iniziano ad uccidersi l’un l’altro.”
“Che idea idiota Al! Ci mancherebbe solo che ora arriviamo a quel punto che vediamo in lontananza e troviamo la monovolume!” Dopo qualche metro la previsione di Craig si rivelò esatta e si trovarono davanti alle due ragazze e alla macchina di suo padre. I due amici furono presi da panico: avevano girato in tondo senza neanche accorgersene, il Sole sembrava piantato in cielo, e non sembrava esserci modo di sfuggire a tutto questo. Si avvicinarono ancora all’auto. Le due ragazze sembravano addormentate, anche se era passato relativamente poco tempo; ogni passo era come se un macigno si piantasse nello stomaco dei due giovani. Provarono a chiamare Eleonor e Janice, ma non rispondevano. Si avvicinarono ulteriormente. E l’incubo diventò ancora peggiore: alla prima sembrava che fossero evaporati tutti i liquidi e della seconda rimaneva ben poco, dopo che gli avvoltoi avevano banchettato con lei. E i volatili stavano ancora volteggiando sulle loro teste. I due ragazzi furono presi da panico, si sentirono imprigionati e tentarono di scappare inoltrandosi nel deserto, ma ogni loro tentativo li riportava sempre al punto di partenza. Ogni volta, però, c’era qualcosa di diverso: se prima le due ragazze erano morte per disidratazione, al loro ritorno, esse erano vive, ma la macchina si era sciolta come burro, ma quando tentarono la fuga tutti e quattro assieme, d’improvviso, le due ragazze vennero risucchiate dal terreno; la volta seguente, la macchina era esplosa e le due giovani erano a brandelli, mentre successivamente era tutta la strada ad essere disastrata, come se ci fosse stato un bombardamento. Lo scenario continuava a cambiare, ma non la conclusione: erano rinchiusi in un circolo eterno e non sapevano come uscirne. L’unica opportunità che vedevano era quella di suicidarsi, ma non potevano rischiare di lasciare Eleonor e Janice sulla statale da sole. Sia Craig che Alex erano convinti che fossero ancora vive e che dovevano tornare da loro. Continuarono a veder scorrere davanti a loro scenari sempre peggiori, fino a quando non gli rimase solo la consapevolezza che sopra di loro brillava il Sole e che quella stella stava bruciando. Urlarono e seppero tutto quello che volevano sapere. Quello che non sapevano era che due giorni prima, durante il ritorno da un party, la loro macchina era stata presa in pieno da un truck. Quello che non sapevano era che i loro corpi si trovavano all’obitorio. Quello che non sapevano era che Eleonor e Janice non li avrebbero aspettati. Quello che seppero era che erano morti e non avevano mai iniziato il viaggio. 2月7日 La Bambina Che Viveva Tra gli Attimi La nascita di Gillian portò gran felicità a tutti. Il giorno in cui naque c’era tutta la famiglia all’Ospedale con i suoi genitori, nessuno voleva perdersi il momento in cui lei veniva al mondo, anche perché lei era la prima nascita dopo più di 27 anni, anno in cui vide la luce sua madre. Fin da subito si capì che sarebbe stata una bambina speciale, infatti, a differenza degli altri neonati, non pianse quando i dottori la fecero uscire dal ventre materno, bensì rise ed inspirò a pieni polmoni la sua prima boccata d’aria. Con gli anni crebbe circondata dall’amore di tutti i suoi parenti e degli amici di famiglia, ma non ebbe mai la possibilità di conoscere altri bambini. In realtà la sua famiglia faceva parte di una piccola comunità dove le nascite erano rare e i più giovani che vi appartenevano erano già adolescenti. In quel luogo, sperduto tra le montagne, Gillian fu vista come la speranza che presto ci sarebbero state altre nascite, ma così non fu. Nel giro di pochi anni tutti i ragazzi del luogo iniziarono a scomparire da un giorno all’altro, alcuni furono ritrovati a valle, trasportati dalla corrente verso morte certa, mentre altri, invece, scapparono semplicemente di casa per non farvi più ritorno e trovando fortuna ed amore altrove. Il giorno del suo decimo compleanno Gillian sparì. Non scomparve tra le montagne, né si perse tra i sentieri che portavano al fiume; semplicemente svanì mentre era a tavola con la sua famiglia a festeggiare e stava per spegnere le candeline. I genitori caddero nella più nera disperazione e con loro tutto il paese. Furono chiamati, dalle città e dai villaggi vicini, tutti gli specialisti in grado di trovare le persone scomparse, compresi medium, stregoni e sensitivi, ma i loro sforzi non valsero a niente. Anche perché Gillian era lì. Solo che nessuno poteva vederla. Aveva scoperto di poter decidere di non farsi più vedere due anni addietro, mentre era con la madre in paese a far compere per Natale: un cagnolino stava per essere investito da un’auto e lei, senza pensarci troppo, si era gettata per salvarlo; la macchina stava per colpire entrambi, ma successe qualcosa e il tempo si fermò, così lei ebbe tutto il tempo di spostare il cucciolo dall’altra parte della strada e tornare da sua madre. Da quel giorno lei si era esercitata tutti i giorni ed aveva scoperto che non solo poteva fermare il tempo, ma viverci anche attraverso senza mai tornare visibile agli altri. Solo con la coda dell’occhio la si poteva scorgere mentre passava da un secondo all’altro. E poteva anche tornare indietro, a volte addirittura di un giorno intero. Così per Gillian, in realtà non erano passati due anni, bensì 3. Per lei il Tempo era come una strada. Ora però aveva deciso che preferiva andarsene da quel posto e voleva farlo in modo eclatante, come aveva letto aveva fatto quel simpatico omino nel film che aveva visto in tv il giorno prima: lui era scomparso nel mezzo della sua festa di compleanno usando un anello, lei l’aveva fatto da sola e ora voleva andare a scoprire il mondo. Trovare magari qualcuno che, come lei, avesse delle capacità speciali. Forse esisteva davvero una scuola per ragazzi con poteri come quella del professore pelato che era anche capitano dell’Enterprise. Però lei era ancora piccola, questo lo sapeva, aveva appena dieci anni e non sarebbe riuscita a sopravvivere in città. Tre giorni dopo Gillian ricomparve. Era nel suo letto e dormiva; i suoi genitori ringraziarono Dio per quel miracolo e per due giorni interi vennero da lei medici, specialisti in scienze occulte, o presunti tali, parenti, amici dei genitori e tutti poi correvano in Chiesa a ringraziare il Signore di aver fatto tornare il loro angelo. Nei mesi successivi Gillian decise che era compito suo proteggere il paese e suoi abitanti usando le proprie capacità speciali, anche perché pensava che prima o poi il professore pelato o qualcuno dei suoi amici sarebbero venuti a conoscerla e lei sarebbe diventata una superoina famosa in tutto il mondo; salvò venti gattini intrappolati sugli alberi, - in realtà erano solo due, ma erano sempre sugli alberi sbagliati – fermò due rapinatori che avevano rubato le gomme al minimarket e salvò la vita ad un pesciolino che era saltato fuori dall’acquario. Poi si ammalò. Il medico di famiglia non capiva cosa avesse, sembrava che fosse solo un raffreddore, ma con l’andare del tempo fece la comparsa la febbre e con essa anche l’insonnia. Gillian fu portata nell’Ospedale della città vicina, nella speranza che qualcuno potesse aiutarla, ma nessuno aveva la minima idea di cosa le stesse succedendo. Passavano i giorni e la bambina continuava a star male, nessuna medicina e nessuna cura sembravano sortire alcun effetto; un giorno finalmente la febbre scese, ma ancora non era guarita. Dopo due mesi di ricovero cadde in coma e il giorno dopo scomparve di nuovo. Furono accusati due infermieri della sua sparizione e l’Ospedale rischiò di chiudere, ma, come un anno prima, era stata Gillian a voler scomparire. Negli intervalli tra gli attimi lei non stava male, era il Tempo reale a danneggiarla e così visse il resto della sua vita osservando tutti dagli spiragli che si aprivano tra le due dimensioni temporali. Crebbe e vide, lentamente, morire tutti quelli del suo paese, compresi i ragazzi che erano andati a cercar fortuna nel mondo. Viaggiò e visitò tutti i luoghi più remoti, incontrò altri che come lei potevano abitare quel luogo sospeso e con loro si accompagnò. Un giorno vide l’attore che interpretava il professore pelato e volle parlargli, ma lui si allontanò.
Così visse Gillian e così, forse, vive ancora. Saltando tra i secondi, vivendo negli intervalli dei nostri pensieri. Il Bosco Del Perduto Amore All’inizio erano una cosa sola, poi furono divisi e mandati agli opposti della selva. Il ragazzo fu il primo a svegliarsi. Intorno a lui tutto era buio e la notte sembrava non voler aver fine. Ricordava ancora il tempo in cui la sua anima e il suo cuore erano uniti a quelli di lei, ma ora sapeva che lei era lontana. Gli era stata fatta una promessa: se si fossero ritrovati, sarebbero stati insieme per sempre e per sempre avrebbero vissuto nella luce del loro amore. La luce. Forse era quella che lui ora doveva cercare. Guardò nelle profondità del bosco che aveva davanti a se e, sì, vi era una luce, ma era debole, sembrava impaurita dall’oscurità che le regnava intorno. Lui si diresse verso quel punto luminoso e più si avvicinava, più si rendeva conto che era una lanterna e che questa era tenuta in mano da qualcuno che vagava nel bosco. Ben presto arrivò abbastanza vicino da distinguere quel qualcuno. Era una donna, o meglio, una ragazza, forse la sua metà. Uscì dalle ombre e le si fece vicino, lei inizialmente si ritrasse, poi si lasciò accarezzare, si lasciò abbracciare. La luce della lanterna si era fatta più forte ora, ma ancora non vinceva le tenebre che erano d’intorno. “Probabilmente – pensò lui – non siamo al centro del bosco, per questo la luce non è abbastanza forte”, decise allora che dovevano camminare. Prese per mano la ragazza, ma lei non si voleva muovere “ho paura” diceva, e rimaneva immobile nel solito punto. “Ma dobbiamo andare” replicava lui. Dopo interminabile tempo, lei si convinse della teoria di lui e si avviarono insieme alla ricerca del centro esatto del bosco. Più andavano avanti, però, più la luce si faceva debole e più la luce si faceva debole, più divenivano fredde le mani di lei. Poi sparì. E lui rimase solo. Di nuovo. Camminò alla cieca per un po’, poi un tonfo alle sue spalle lo fece girare. Dietro di lui, in una buca, giaceva una ragazza che lui prima non aveva notato. La sua lanterna era così debole che pareva doversi spegnere da un momento all’altro; le si avvicinò, come ci si avvicina ai passerotti feriti e con la stessa cura la aiutò ad alzarsi. La lanterna illuminò per metri e metri il bosco intorno a loro. La luce era così brillante, dopo tutta quella oscurità, che ne rimasero entrambi abbagliati. Si distesero sul terreno e lì rimasero aspettando che lei fosse in grado di riprendere il cammino. La lanterna era sempre luminosa e sembrava diventarlo sempre di più, poi due ombre calarono su di essa, sfiorando anche il cuore di lui e lei si trovò sola. Lui invece aprì gli occhi e vide chiara davanti a se una nuova luce. Si alzò, corse da lei, ma in uno sfrigolio e un lampo svanì. Non era la sua luce. Non era la sua metà. Girovagò alla cieca e in fondo ad una gola scorse una fugace immagine di ragazza. Scese, senza curarsi delle ferite, e si trovò davanti un essere selvatico, con grandi occhi neri e corti capelli. Il fascino di quel viso così semplice, ma così determinato lo colpì al cuore. Non portava lanterna, ma aveva con se una semplice candela, che non cambiò di intensità neanche quando rimasero vicini a riscaldarsi per il gelo della notte. Lui si addormentò nuovamente, ma quando si girò su di un fianco lei era già scomparsa. La disperazione e la tristezza ebbero il sopravvento. Già tre inganni erano occorsi al suo cuore e ai suoi occhi, già tre lacrime rigavano il suo viso. Rimase immobile nella gola per molto tempo, in quel tempo molte lanterne, candele e torce si avvicinarono a lui, rifuggendolo dopo averlo appena sfiorato. Intorno a lui molti invece erano i lampi che decretavano la fine del tormento per molti suoi simili, mentre in cielo altrettanti cuori venivano divisi. Poi arrivò lei. La sua era una torcia semplice, di legno con uno straccio legato alla sommità. Gli porse la mano e lui la accettò. La fiamma prese a sfrigolare come se fosse viva. Insieme camminarono a lungo, tenendosi per mano, riposandosi e lasciando che i loro corpi divenissero uno. A lungo e per molta strada essi si sentirono completi. Poi la torcia rimase incastrata da due rami troppo bassi di un albero che pareva essere il giudice di epoche ormai passate. Tentarono in tutti i modi di districare la torcia dai rami, ma inutilmente, l’albero prese fuoco e si incenerì. Con lui svanirono anche la torcia e due amanti. Lei si risvegliò nuovamente ai margini del bosco, mentre lui seppe con certezza che si trovava molto vicino al centro, ma solo. Decise allora di dirigersi verso il limitare, per cercare di ritrovarla o di trovare la persona da cui era stato diviso all’inizio di quel viaggio, ma sembrava che qualcosa lo costringesse a girare in tondo. Mentre stava per tornare al punto di partenza, vide avvicinarsi una luce più forte di altre e decise di aspettare. Colei che gli si presentò davanti era una ragazza dai tratti gentili, ma dal cuore ormai invecchiato. L’amore che poteva dare lo aveva già dato ed ora brillava solo di amor proprio. Decisero comunque di tenersi compagnia e giunsero alla conclusione che in quel luogo un centro non c’era, vi era solamente un labirinto, infinito, che portava i cuori ad ingannarsi e le menti a non voler vedere la realtà. La notte continuava e loro continuarono a parlare, presto giunsero altri che si sedettero con loro. Lui non aveva mai visto altri maschi e gli altri sembravano stupiti quanto lui. “Dobbiamo essere vicini all’uscita e forse siamo destinati a farci luce ognuno per conto proprio” dissero. “O forse dobbiamo farci luce tutti insieme” aggiunsero poi. D’improvviso tutti svanirono e lui rimase nuovamente solo. Fuori dal bosco. E dovette ricominciare il viaggio da capo. E ogni volta lei è sempre più vicina. Ogni volta lui è sempre più lontano. Si sono persi e forse mai si ritroveranno. Oppure si troveranno quando gli altri si saranno persi. L’Odissea di Ivardo. ovvero come non avere né soldi, né ciccia C’era una volta il giovane Ivardo, che veniva da quel di Piombino ed era proprio un bel ragazzino. Se la storia iniziasse così saremmo tutti più contenti, ma invece Ivardo ragazzino non era più e di bellino aveva solo lo zainetto giallo con cui andava in giro. Il nostro eroe era un omino piccino di statura, non proprio giovanissimo e con una moglie un po’ arpia. Cresciuto in una famiglia di pescatori, il piccolo Ivarduccio si mise in luce fin da piccolo per la sua propensione a voler essere macellaio. I genitori del nostro erano disperati; lui era l’unico figlio maschio e quindi era suo destino continuare la tradizione di pesca familiare, ma lui non ne voleva sapere. Da adolescente scappava dal porto per andare a spiare i macellai, entrava di nascosto nei macelli comunali e rimaneva per ore a guardare gli altri che scuoiavano, tagliavano, affettavano, tutto questo finché uno dei lavoratori non lo notò. Da allora, tutti i pomeriggi Ivardo andava ad imparare il mestiere, sempre accompagnato dal suo delizioso zainetto giallo. Cresciuto, si trasferì, con gran gioia di suo padre, che più di una volta aveva tentato di appenderlo alle reti da pesca e farlo affogare, a Cecina e lì si sposò con Mariuccia. Il matrimonio fu la più grande festa che si vide in città fino all’Istituzione della Targa: la famiglia di Mariuccia era di Napoli e per le nozze arrivarono pullman e pullman di parenti dalla Campania, in tutto c’erano circa 300 parenti e più di 450 invitati. I genitori e le sorelle di Ivardo si presentarono solo a fine serata, perché, dissero, c’era un’enorme coda di pullman per tutta l’Aurelia, fino a Grosseto. Ivardo e Mariuccia ricevettero in regalo: 250 tostapane, 200 servizi di posate, 165 serviti da tè, 125 frullatori, 10 aspirapolvere e un pupazzo di peluche(da parte della famiglia di Ivardo), dopo di che aprirono un negozio di elettrodomestici. La vita scorreva lenta e felice per i due novelli sposini, ebbero 3 figli, Gennaro, Lodovico e Laura Assunta Addolorata Maria Annunziata. I figli crebbero e se ne andarono di casa, Ivardo e Mariuccia invecchiarono e in casa ci rimasero e più ci rimanevano, più lei diventava sospettosa verso il marito che aveva preso la brutta abitudine di andare a giocare a carte al circolino. E ci giocava proprio tanto: usciva la mattina alle 8, arrivava al bar del circolo alle 8:15, faceva colazione (“Un cappuccino senza schiuma, con più latte che caffé, però decaffeinato che mi fa male, e poi volevo una di queste” “Queste cosa?” “Queste qua.” “Ah, una pasta, quale?” “Quella.” “Questa?” “No, no, quella, quella. No, quella più in là. Ho detto più in là. No, da quest’altra parte. Ecco, quella. Grazie…..No, la ‘un mi garba, che la me la cambia?”), poi prendeva il suo mazzo di carte e si metteva a fare un solitario fino alle 13, quando andava a casa per mangiare, e tornava alle 14 e si metteva a giocare con gli amici, Franco, Roberto ed Egisto. Puntata unica, 10.000 lire, chi perde paga anche da bere, chi vince paga da bere coi soldi degli altri. Una sera, tornando a casa, Ivardo si trovò il letto nella camera degli ospiti. “T’ha rotto le palle di stà sempre fori hasa e ‘un fa mai ‘na sega, deh! Io e son qui che mi fò ‘l hulo e te ‘un tu ci sé mai! Ora te tu dormi indò ti metto, t’ha hapito nacchero?” E meno male che la moglie era di origini napoletane. Ivardo dal canto suo non ci vedeva niente di male a non dormire più con una sessantenne di 95 chili e prese la cosa di buon grado. Poi invecchiarono ancora e i figli, Laura Assunta Addolorata Maria Annunziata su tutti, vollero mettere loro in casa una badante. Ed è qui che inizia l’Odissea del nostro caro Ivardo. Ormai alla soglia degli ottant’anni, il nostro aveva ormai suonato il requiem per la sua strumentazione virile, quando vide entrarsi in casa una polacca di 25 anni. 1,80, bionda, 100-60-90, del peso approssimativo di 65 chili, con un viso che una pornostar professionista si ritrova solo dopo una quindicina di interventi chirurgici. Le trombe del cielo suonarono a festa nei bassifondi ivardesi. Era il 14 Giugno, il suo compleanno, e benedisse tutti e 3 i suoi figli per l’ottima pensata di crederlo non autosufficiente, anche se tutti sapevano che lo sarebbe stato fino a che avesse avuto il suo zainetto giallo, e completamente rincoglionito. Mariuccia, dal canto suo, era partita per una vacanza, regalatale dalle amiche dell’uncinetto, per un posto chiamato “La Isla de los Bamboo muy grande”. Tutto ciò che ora restava da fare, secondo Ivardo, era lasciare che la simpatica giovine notasse da sola la prestanza fisica del nostro. Dopo due incidenti in cui perse inavvertitamente l’uso delle gambe, finendo dritto dritto sul seno della fanciulla, ella pensò bene di legarlo ad una sedia a rotelle. Dopo che un attacco di epilessia senile fece sì che durante il bagno Ivardo bagnasse completamente la ragazza trascinandola in vasca con lui, lei si premunì di impermeabile totale. Una notte l’arzillo ottantenne sgattaiolò, furtivo come un comò che viene spostato in piena notte, nella camera di Agata (questo il nome della polacca), peccato che lei fosse già vestita ed armata di spray al pepe. Ad un mese dal suo arrivo diede le dimissioni ed arrivò Urza, governante proveniente dall’Uzbekistan, un metro e settanta per novanta chili di pura potenza: riusciva ad alzare Ivardo solo usando un braccio, mentre con l’altro puliva. Quindici giorni dopo fu mandata via perché spaventava il pitbull dei vicini e fu il turno di Helena, una rumena di trent’anni, non bellissima, ma che faceva sentire bene le pupille del nostro. Mariuccia tornò due giorni dopo con uno strano stato d’animo, perso tra il “mai stata così bene” e il “se trovo ancora mio marito in vita, lo affogo nel latte”. Ivardo era ancora vivo e pure in buona compagnia e di latte non se ne vedeva neanche l’ombra in casa. Miracolosamente il nostro ricominciò a camminare, a correre e a saltare. Con Mariuccia in casa, Helena era stata relegata al ruolo di “serva che pulisce casa, mentre la padrona sta in panciolle e butta fuori di casa il marito sperando che venga stirato da un TIR”, mentre Ivardo era sempre fuori col suo zainetto giallo, a cercare di irretire giovani fanciulle. Quando la sera rientrava a casa era d’obbligo il bagno e una sera egli ebbe un’idea: Helena era solita mettersi in costume, vista la tendenza del suo assistito di aggrapparsi, in preda ai suoi attacchi, ai vestiti della povera donna, così che ora era quasi rimasta a secco di guardaroba, quindi in quel momento lei sarebbe stata mezza nuda e lui poteva farle la sua proposta e così avvenne. “Helena, ma se io ti do soldi, te che mi dai la ciccia?” Ella non seppe che rispondere, anche perché non capiva cosa c’entrasse in quel momento parlare di questioni economiche riferite al cibo. “Io no capisce cosa tu dice Ivardo”, fu quindi la risposta di lei. Il nostro, per nulla scoraggiato, la sera dopo, prima di addormentarsi, provò un secondo approccio. “Senti, lì vicino al letto, c’è il mì portafogli, te prendi quanto voi e poi tu mi dà la ciccia, va bene? Tanto la mì moglie ‘un ci sente” Helena fu presa ancora alla sprovvista, ma stavolta intuì il piano del nostro e si diresse verso il bottino. Estrasse tutti i soldi, le carte di credito e il Bancomat col codice dal portafoglio e si diresse verso la porta per uscire dalla stanza, quando Ivardo la richiamò “Ma indò vai, oh! I soldi l’ha presi, ora io e voglio la ciccia!” Lei si voltò col sorriso più ebete che avesse e rispose semplicemente “Domani io do te ciccia” lasciando Ivardo dormire felice. Il giorno dopo Helena uscì di buon ora e andò al mercato a comprare un bel po’ di carne, che portò prontamente a casa di Ivardo e Mariuccia e si mise a cucinare di buona lena. All’ora di pranzo, quando il nostro tornò dal circolino si trovò davanti un banchetto a base di cacciagione che mai aveva avuto in vita sua. “Ecco tua ciccia, io fatta te tutta ciccia che tu riesce a mangiare e poi detto Mariuccia che amiche aspettava lei a spiaggia, così lei non dice che tu non può avere ciccia”. Credo che a questo punto sia logico a tutti cosa successe ad Ivardo: ebbe un attacco di epilessia, stavolta reale, accompagnato da 6 Ictus, 7 infarti, il morbo di Parkinson in forma fulminante, l’Alzheimer fucilante e regredì allo stato larvale della farfalla del Borneo settentrionale. Poi si riprese, si sedette a tavola, e con la calma di Hannibal Lecter, e mangiò tutto quello che poteva invitando anche Helena a sedersi. Mariuccia rientrò poco dopo che Ivardo aveva finito il fegato crudo(di Helena) col piatto di piselli ed il buon Chianti, e portava con se l’intera squadra di fattorini del Penny Market, i quali continuavano a scaricare casse e casse di latte.
Qualche giorno dopo Ivardo fu avvistato da un gruppo di ragazzi in centro a Cecina mentre, saltando come un grillo, festeggiava la dipartita della moglie per setticemia dovuta a latte scaduto. Ovviamente aveva con se il suo zainetto giallo. P.S.: Volete sapere cosa contiene lo zainetto giallo? Chiedetelo ad Ivardo. 2月6日 All'Insegna Dell'Insonnia (liberamente ispirato alle creazioni di Neil Gaiman) Jason non dormiva ormai da sei notti, non vi riusciva, sembrava che il suo corpo si rifiutasse di addormentarsi. Ormai era allo stremo delle forze, evitava di mettersi alla guida per andare a lavoro e preferiva uscire venti minuti prima di casa e andare a piedi, piuttosto che prendere l'auto. Il suo lavoro, per fortuna, non era poi molto impegnativo: rispondeva alle telefonate e le passava al suo capo, ma non è della sua vita diurna che ci dobbiamo interessare, ma della notte e precisamente della notte che seguì alle prime sei. Alla settima notte decise di prendere un sonnifero, sonno artificiale, ma pur sempre sonno, e la medicina ebbe la meglio: Jason dormì. Dormì e sognò. Sognò il primo sogno dopo mesi di notti senza sogni, dopo mesi di totale, rilassante, tranquillizzante buio. Si trovava in una taverna, una taverna del Cinque-Seicento, ed era seduto ad un tavolo in legno pregiato, su di una sedia comoda, anzi comodissima, la più comoda che avesse mai provato ed attorno a lui c'era tantissima gente seduta ad altrettanti tavoli; persone che sembravano essere uscite dalle più disparate epoche e dai più svariati luoghi del pianeta e della fantasia. C'erano gnomi, troll, elfi, fate, ciclopi, esseri con sei braccia, Djinn, Efriiti: sembrava di essere in una favola. Un uomo colpì in particolar modo Jason: era seduto al tavolo con altri due individui, ed era vestito con un completo elegante, di color blu elettrico che pareva brillare, come anche la pelle dell'uomo che aveva le sfumature dei tramonti sull'Oceano; l'uomo si voltò e guardo Jason negli occhi. Aveva occhi color delle lacrime d'ambra dei pini e rilucevano come gemme illuminate dai raggi obliqui di un Sole che penetra dalle tapparelle semiaperte; poi si alzò e andò verso di lui e vi si sedette di fronte. "Salve, tu devi essere nuovo, vero? - la voce di quel tizio assomigliava allo scrosciare di un rinfrescante ruscello montano mentre si getta placido in un lago - Io sono Sisifos, uno dei più assidui frequentatori di questa taverna. Tu invece chi hai il piacere di essere?" "Io sono Jason - era quasi divertito da questo sfoggio della sua fantasia onirica - posso chiedere dove ci troviamo?" "Oh, ma qui abbiamo proprio un novellino, eh? - la risata che seguì fu come se centinaia di piccoli campanellini fossero stati gettati su di un tavolo di marmo - Siamo al confine del Sogno, alla soglia della Veglia, a un passo dalla Vita, ad un soffio dalla Morte, ad uno sguardo dalla Pazzia, ad un suono dal Desiderio, a un dito dalla Disperazione, ad un piede dalla Salvezza. Siamo nella Taverna dell'Insegna Dell'Insonnia." A quel dire tutti si voltarono verso di loro e molti vennero al loro tavolo, compreso il taverniere. Quest'ultimo era un uomo, o era molto vicino ad esserlo, alto, di stazza enorme, con un viso tra il bovino, il leonino e l'umano, quando parlò sembrò che un eco provenisse da caverne talmente profonde che vi si poteva smarrire anche il proprio nome. "Un nuovo cliente! E completamente all'oscuro di dove si trovi, per giunta! - scoppiò quasi in una risata, ma le pareti delle caverne da cui proveniva la sua voce sembravano in procinto di franare e la trattenne- Come ti chiami ragazzo?" Jason era quasi spaventato da tutta quella attenzione e tentò di far navigare il sogno verso altri lidi, ma il timone sembrava essere scomparso. "Io sono Jason" rispose atterrito da quella mole gigantesca. "Orbene Jason- chiese una voce femminile dietro di lui, ma che voltandosi pareva appartenere ad un corpuscolo peloso dai colori di un arcobaleno visto attraverso l'atmosfera tossica formata dai fumi di residui chimici - come mai sei stato condannato a rimanere qui?" "Qui? - chiese Jason stupito - In che senso condannato? Di cosa state parlando?" "Dev'essere proprio la prima volta che viene qui" commentarono due Djinn alla sua destra. "Vedi Jason- disse Sisifos con la sua voce ora simile ad una fredda ventata di neve - qui vengono solo coloro che devono scontare un torto arrecato a qualcuno dei Signori. E con Signori intendo i Maicreati, Semprevissuti, coloro che plasmano le nostre esistenze senza mai intervenire. Sai di chi parlo, vero?" Jason scosse dubbioso la testa. Maicreati? Semprevissuti? Chi erano? Che razza di sogno era quello? "Vedi Jason, tu sei qui per qualche motivo. - era di nuovo il taverniere a parlare - Questo non è un sogno, non come lo si intende normalmente. Non ti sveglierai riposato, perchè non hai riposato." Il sogno stava diventando sempre più insensato, ma Jason decise di seguire il fiume, visto che non riusciva a cambiare rotta. "Io non so niente di questi Signori di cui parlate voi. Cosa avrei dovuto fare per irritarli, per meritare di stare qui?" Ma poi qui dove? "Beh, non sempre è qualcosa che hai fatto in modo voluto, - rispose una voce, finalmente, umana e legata ad una persona, anche se abbigliata come un borghese ottocentesco - magari hai solo pensato qualcosa. O una sensazione che provi. Sono molto permalosi questi Signori." "Si, ma chi sono? E' questo che voglio capire." "Sono in sei - interloquì ora un Apache - li chiamiamo tutti con nomi diversi, ma siamo arrivati ad identificarli con dei prìncipi cardine delle nostre vite: la Morte, ovviamente, l'Amore o Passione, la Pazzia, la Disperazione o Dolore, il Destino e il Sonno, o il Sogno stesso, se preferisci" "C'è chi afferma che prima fossero addirittura in sette, - aggiunse una voce che era come il frusciar di foglie sul viale del cimitero, al tramonto - ma uno di loro se ne andò, anche se continua a vegliare su tutto" "Se ne è andato? - domandò Jason - Andato da cosa?" "Dal suo regno, no? - disse qualcosa che aveva il suono di sacchetti di plastica e polvere spostati dal vento, con tono scandalizzato - Dal Regno che gli appartiene." "E voi dite che io ho fatto, pensato, provato, sentito o detto qualcosa contro uno o tutti loro?" Jason era incredulo, ormai la corrente di quel fiume stava diventando una rapida verso la cascata nella farsa più totale, al risveglio avrebbe sicuramente scritto quel sogno e lo avrebbe fatto leggere al suo analista. "Beh, ragazzo, - dissero le caverne da cui proveniva la voce del taverniere - non è proprio necessario che tu l'abbia fatto, magari è solo un caso che ti trovi qui. Ti piace dormire?" La domanda colse Jason alla sprovvista. "Certo che mi piace dormire! " Rispose piccato. "E sognare?" La domanda aveva la mellifluità del petrolio che si allarga sulla superficie del mare, sopratutto detta con la voce di Sisifos. "No. Non mi piace sognare. Preferisco un sonno senza sogni. Preferisco passare la notte senza accorgemene." Le parole uscirono dalla bocca di Jason senza che lui si fosse accorto di pronunciarle. Tutti nella taverna si ammutolirono. Non era mai successo che arrivasse lì qualcuno con tanta sfacciataggine da sfidare il Signore dei Guardiani del Sonno, perchè dire di non amare i sogni, gli unici in grado di proteggere il nostro sonno dall'essere disturbato, era sfidare Lui in persona. E a Lui non piaceva essere sfidato.
Dicono che la notte porti consiglio e per Jason questo fu particolarmente vero. Dopo che ebbe fatto la sua dichiarazione, la Taverna svanì nel nulla con tutti i suoi avventori e Jason si trovò nel centro di una grande sala con in fondo una scalinata ed in cima ad essa un trono su cui era seduto un uomo. La luce della sala variava a seconda di dove si rivolgesse lo sguardo, sembrava venire da ogni direzione e da nessuna, aveva la ricchezza delle giornate di Sole in Agosto ed il grigiore della nebbia autunnale, la luminosità del giorno e la sfuggevole luminescenza della notte, la gioia dell'alba e il romanticismo del tramonto; l'uomo in cima alla scala era abbacinante, tanto erano bianchi il suo vestito e la sua pelle e tanta era la luce proveniente dalla pietra smeraldina che aveva al collo, stava seduto e col mento poggiava sul dorso della mano destra. Aveva gli occhi chiusi, quasi dormisse o stesse riflettendo. Un corvo bianco scese dal soffito verso il trono e si posò sulla spalla dell'uomo che l'occupava. Questi aprì gli occhi: due piccole stelle color verde smeraldo, non vi era iride o pupilla, solo la luce che sembrava provenire dai reconditi più lontani dello spazio. Parlò e la sua voce suonò al tempo stesso come una marcia di guerra battuta dal miliardi di tamburi ed un'allegra danza primaverile suonata da flauti felici di poter cantare la loro gioia. "Tu hai rinnegato il dono che elargisco ad ogni creatura di ogni creato. Perchè?" Quel 'perchè' aveva il sentore di un quesito vitale, quasi quanto il senso stesso della vita e Jason in quel momento capì che anche se stava sognando, in realtà non lo stava facendo. "Perchè i sogni sono solo fantasticherie inutili" di nuovo la bocca dell'uomo aveva pronunciato la risposta senza che lui se ne rendesse conto. Gli occhi del Signore del Sogno si strinsero e in un attimo fu davanti a Jason e lo scrutava come si osserva un forziere di cui si cerca lo sportello per aprirlo e scoprire cosa vi sia celato all'interno. "Quel che dici ha senso solo in parte, - la voce ora era come un topo che scava nel legno per fare un pertugio ed uscire all'aria aperta - i sogni non sono solo fantasticherie, è sì vero che essi vengono dalla fantasia, che nascono in essa, ma sono reali, come voi lo siete nel vostro mondo, così loro lo sono nel mio. E non sono inutili, vi aiutano a capire voi stessi, a perdervi per poi ritrovarvi, a ritrovarvi per poi perdervi." Nel parlare aveva girato intorno a Jason e il corvo bianco era sparito nell'androne alle sue spalle. "I sogni non sono reali, Daniel. I sogni svaniscono alla luce del Sole e vanno a morire ai margini dell'alba." L'affermazione fatta da Jason lasciò basito il Signore. "Tu conosci il mio nome - mille serpenti stavano scattando in posizione di attacco - il mio vecchio nome. Parli come se conoscessi questo Regno, eppure non so chi tu sia." Non parlava con l'uomo, ovviamente. Parlava con chi era con lui dentro a quel corpo. Jason era ormai preso dal terrore, era dentro se stesso, ma vedeva e sentiva tutto come attraverso un apparecchio televisivo e lo spettacolo che stava guardando non gli piaceva affatto. "Chi sia io non è importante, novello Signore Del Sogno, - non era la voce dell'uomo, era quella di centinaia di lapilli vulcanici lanciati verso il cielo - ma sappi che verremo a te presto e reclameremo quello che è Nostro e che tuo Padre ha dimenticato di ridarci." Detto questo Jason tornò padrone del suo corpo e cadde a terra piangendo per la prima volta dopo anni. Daniel, Sogno, si piegò su di lui e i suoni della foresta lo avvolsero con il loro canto "E' tutto finito Jason, eri diventato inconsapevole ospite di qualcuno che voleva mandarmi un messaggio e che aveva scordato il modo di farlo. Ora vai, torna ai tuoi sogni, torna a cercare la tua via perdendoti in quelle del mio Regno." Da quella notte Jason Killighan fece solo bei sogni, non tornò più nella Taverna, anche se incontrò più volte l'uomo col vestito blu e gli altri che erano con lui quella notte; li trovò nelle strade del Regno di Daniel, che non è Daniel, e la sua vita divenne diversa; i suoi giorni passavano veloci, e la sua carriera ebbe un'impennata. Divenne capo di se stesso e si faceva passare le telefonate dal suo segretario. I suoi sogni si stavano realizzando, ma non tutti, alcuni li lasciava lì a nutrirsi e a crescere, così da non scomparire con l'alba. 2月4日
Un Delitto Al Sole
(Ogni riferimento a persone realmente esistite o esistenti ed ad ogni fatto realmente accaduto è PURAMENTE casuale)
Era una notte buia e tempestosa. Anzi no. Era una bella giornata di Sole. Proprio una bella giornata di Sole. Calda, ma non afosa. Una dolce brezza tirava dal mare. Una brezza leggera, fresca, che portava con se il sentore della spiaggia. Erano le 10 del mattino ed Emilio stava uscendo di casa per recarsi allo stabilimento balneare. E' uno abitudinario Emilio. Ogni mattina esce di casa alla stessa ora e va negli stessi posti; ma quel giorno c'è qualcosa di diverso. Quel giorno, quel 12 Luglio, Emilio incontra una persona, un vecchio compagno di scuola, e con lui va a prendere un caffè in un bar nel carrugio del centro. Da quel momento in poi nessuno ha più visto Emilio. Nè sua sorella minore, Cristina, che lo aspettava ai Bagni Regina, nè sua madre che era rimasta a casa a fare le faccende e nemmeno la sua ragazza, Francesca, che nel pomeriggio doveva vedersi con lui per andare fino ad Albenga. Dov'era finito Emilio allora? Emilio era nel canale sotto al Ponte Romano. Morto. Ma come ci sia arrivato lì il cadavere di Emilio non è dato saperlo, per ora. Adesso entra in scena il Maresciallo Baresi. Maresciallo dei Carabinieri Giulio Baresi, di 45 anni, un metro e settantacinque per 73 chili. Un uomo in forma, giovanile e con una spiccata dose di intuito e capacità investigative. Sono le 14 e qualcuno chiama il 112 per avvertire che c'è un barbone sotto al Ponte. A Loano è difficile che i vagabondi e i barboni si accampino così vicini al centro e alle villette, quindi quell'uomo in posizione fetale deve aver dato fastidio all'estetica pubblica. I Carabinieri arrivano pochi minuti dopo. Scendono nel canale e si avvicinano ad Emilio. Ma Emilio non si muove. Non respira neppure. L'appuntato chiama subito un'ambulanza, ma è troppo tardi. Alle 15 e 15 il Maresciallo Baresi sta parlando col medico legale. Emilio è morto tra le 11 e mezzogiorno. Un colpo, secco, alla gola e poi il dissanguamento. Ma Emilio non è morto nel canale, ce l'hanno portato dopo. Ci sono tracce di trascinamento sul greto del canale. E ci sono impronte di scarpe. Sicuramente quelle dei Carabinieri che hanno trovato Emilio, e di qualcun altro. Molti altri. Ragazzi che saltano la scuola. Ragazzi che fumano di nascosto. Operatori di disinfestazione. Troppe impronte. Il Maresciallo allora tenta di ricostruire la vita di Emilio. 23 anni, torinese, da 1 anno fidanzato con Francesca, a Settembre si sarebbe laureato in Lettere a Firenze col massimo dei voti. Nessun rancore con nessuno o così pare. La fidanzata, Francesca, 22 anni, di Scandicci, vicino Firenze, era ospite dei genitori di Emilio e ora non vuole uscire dalla stanza che divideva con lui. Cristina, la sorella di Emilio, 20 anni, diplomata in Lingue, lavora come receptionist presso i Bagni Regina. Entrambe erano con qualcuno al momento in cui Emilio è sparito. Francesca con la madre di Emilio, Serena, 50 anni, casalinga. Cristina con i clienti dei Bagni che lamentavano l'inefficienza delle docce. Giancarlo, 53 anni, imprenditore edile, il padre di Emilio, era rimasto a Torino per lavoro. Quando il Maresciallo lo avvertì dell'accaduto il padre si precipitò subito in caserma. Era fuori di se. Suo figlio, il suo unico figlio maschio era stato ucciso, il suo stato d'animo era comprensibile. Il Maresciallo lo fece accomodare nel suo ufficio e cercò di calmarlo. Anche Baresi aveva perso un figlio qualche anno prima e sapeva come doveva sentirsi il signor Giancarlo. Due ore dopo la famiglia di Emilio era chiusa in casa ad aspettare che l'Arma arrivasse alla soluzione del caso. Il Maresciallo cercò allora qualcuno che avesse visto Emilio prima che questi sparisse nel canale. E lo trovò. Il barista del Bar in via Cavour. Aveva visto Emilio entrare con un altro ragazzo. Stavano parlando dei "bei vecchi tempi" del liceo. Presero due caffè e poi uscirono, si salutarono e presero due direzioni diverse. Emilio verso la porta dell'Orologio, l'altro ragazzo verso il lungomare. Erano le 10:45. Dov'era andato poi Emilio? E chi era quel ragazzo dei "bei vecchi tempi"? La risposta alla seconda domanda arrivò verso le 22, quando un ragazzo andò a cercare Emilio a casa. Luca, 23 anni, torinese, ex compagno di liceo di Emilio, l'aveva incontrato quella mattina ed erano andati a prendere un caffè e avevano deciso di vedersi la sera stessa. Poi lui aveva raggiunto la sua ragazza e i genitori allo stabilimento comunale. Emilio non aveva fatto parola a Luca di nessun impegno. Emilio aveva detto che stava andando da sua sorella ai Bagni Regina. E allora chi aveva trovato per strada Emilio? E come era finito nel canale? A Luglio di gente a Loano ce n'è tanta e trovare qualcuno che abbia visto Emilio dopo le 11 era un'impresa disperata. Il mattino seguente, il 13 Luglio, Baresi lo passò a chiedere ad ogni negoziante se conoscesse Emilio, ma nessuno sembrava ricordarselo. Tranne, forse, la signora della Gelateria nel Corso, ma non era sicura, "sa, passano talmente tanti ragazzi". Poi il colpo di fortuna. Un artista di strada aveva notato Emilio. Lo vedeva tutti i giorni e tutti i giorni scambiavano due parole, "niente di che, solo un saluto, un tipo gentile, una sera lui e la sua ragazza mi invitarono anche a cena, li piaceva sentire dei miei viaggi". Ma il giorno prima l'aveva a malapena salutato, sembrava avesse fretta di andare da qualche parte. E non era l'unico. "C'era uno dietro di lui, che praticamente gli correva dietro". Un ragazzo anche questo, circa 25 anni, un metro e ottanta, forse meno. Avevano litigato, proprio sotto la Porta dell'Orologio e poi se n'erano andati insieme, tornando da dove erano venuti. "Sono arrivati dove ci sta il Momina e poi hanno girato per l'interno". Proprio un bel colpo di fortuna. Jacob, 28 anni, irlandese, giocoliere itinerante, era stato proprio un colpo di fortuna. Ora Baresi aveva, se non una pista, almeno qualcosa da cui ripartire. Iniziarono dal Momina stesso. Le due proprietarie e le cameriere a quell'ora stavano aprendo e sì, videro i due ragazzi, ma lì per lì non ci avevano fatto caso. Uno dei due lo vedevano ogni giorno passare, a volte era anche andato lì a mangiare. Era sempre solo. Solo una volta l'avevano visto con una ragazza, "una mora, molto carina, forse pure troppo per lui". Ma poi anche lei era sparita. E lui era tornato ad essere solo. "Dove abita? Non lo so, forse qui nel carrugio, ma dev'essere uno di fuori, perchè non lo abbiamo mai visto se non d'estate." Il carrugio non era difficile da battere come zona, per lo meno era limitata. La descrizione portò a trovare almeno quindici persone diverse. Jacob ne riconobbe una. Danilo, 26 anni, un metro e settantotto, di Firenze, studente di Economia, calciatore per hobby. "Sì, ho visto Emilio quel giorno." Ma lo aveva lasciato alle 11:25 dopo aver reso ad Emilio tutto quello che era di Francesca, attuale ragazza di Emilio ed ex di Danilo. Erano amici Emilio e Danilo, si erano conosciuti alle partite di calcetto del CUS, il Centro Universitario Sportivo. "Quando mi lasciai con Francesca, già conoscevo Emilio, gliela presentai io." Lo zio di Danilo aveva comprato casa a Loano qualche anno prima e spesso Danilo ci passava le vacanze. "Per questo ero qui." La mattina precedente aveva incrociato Emilio e voleva rendere delle cose a Francesca. "Mi disse che non voleva saperne e allora discutemmo, ma poi venne a casa mia e gli diedi tutto; sapete, la mia attuale ragazza non vuole che tenga i ricordi di Francesca, ne è gelosa." Ma rimaneva ancora da capire se era credibile o no, questo Danilo. "Sì, io e Danilo ci siamo visti alle 11:30 al minigolf." Simona, 22 anni, di Loano, l'attuale ragazza di Danilo. Se Danilo era con lei dopo le 11:30, allora Danilo è innocente. E allora Emilio chi lo ha ucciso? Il referto del medico legale arriva alle 12:30. La coltellata è stata inferta con un'arma molto ben affilata. Probabilmente una Katana giapponese, di quelle originali. Ed è stata data da sinistra verso destra e dal basso verso l'alto. Chi ha ucciso Emilio era davanti a lui e ha estratto la spada al momento di ucciderlo. Un unico muovimento. Fatale. Un'arma di quel tipo può essere importata solo dopo aver fatto richiesta alla Questura. E il signor Giancarlo lo aveva fatto. Era un collezionista di spade di ogni genere, Emilio. E suo padre aveva speso una fortuna per quella. Direttamente dal Giappone, da uno dei pochi laboratori artigianali ancora esistenti. Era il gioiello nella collezione di Emilio. E lo aveva ucciso. Ma chi la impugnava? E dov'è adesso quella spada? Emilio la portava ovunque andasse, non se ne separava, a meno di viaggi all'estero. E nella casa di Firenze non c'era. E nemmeno a Torino. E neppure a Loano. E gli effetti di Francesca che Danilo dice di aver dato ad Emilio? Dove sono quelli? "Una collanina, 8 fotografie e un anello, è tutto quello che gli ho dato e che avevo di lei." Ma Emilio addosso non li ha. E nel canale, vicino al Ponte, non ci sono. Una telefonata da parte degli Operatori ecologici avverte il Maresciallo. A monte del canale c'è una discarica abusiva. Ed ecco i beni di Francesca. E il sangue di Emilio. Tutto il sangue di Emilio. Ma non la Katana. Quella no. Ma c'è una vecchia carriola, sporca, arrugginita, ma ancora funzionante. E piena di sangue. E di impronte digitali. 14 Luglio, ore 20:30. Francesca viene portata in caserma. Tra le 11:30 e mezzogiorno Francesca era uscita. "E' andata a comprare una cosa in edicola, ma non l'ha trovata." Dice Serena, la mamma di Emilio. Ma in edicola Francesca non c'è mai stata. E' invece andata a cercare Emilio, dopo che Danilo le ha mandato un sms con scritto che aveva dato tutte le cose a lui. Ma non ha dovuto cercarlo per molto. Emilio l'ha chiamata, alle 11:32. Stava guardando le foto quando ne ha vista una che non tornava. Lei e Danilo, insieme, solo che la data corrispondeva a quando Francesca aveva detto di essere andata dai suoi zii a Viterbo, un mese prima. Si sono visti al Ponte. E da lì hanno iniziato a camminare verso l'entroterra, per sotterrare tutto e dimenticare. Solo che Francesca non voleva essere lasciata o che Emilio dicesse tutto ai suoi. E così ha ucciso Emilio. In pieno giorno. Sotto il Sole. E poi, dopo aver gettato i vestiti sporchi e la spada in due cassonetti diversi, è andata al mare con la madre del ragazzo che aveva ucciso.
2月3日 L'Eremita La barba lunga e i vestiti laceri lo rendevano ormai un paria per tutti quelli che incrociava sulla sua strada, ma non per questo Enrich si sentiva emarginato; la sua vita era trascorsa in mezzo al lusso e alla ricchezza fino al giorno in cui aveva deciso che era arrivato il momento di lasciare tutto. Aveva avuto tutto dalla vita: donne, soldi, potere, amici veri e fasulli, delusioni e successi, ma da circa un anno ne aveva avuto abbastanza ed aveva deciso di abbandonare tutto e ritirarsi nel parco della sua villa ai confini del paese. Prima di tutto aveva fatto radere al suolo la villa stessa, poi si era costruito una capanna di fortuna con i rami degli alberi più grossi e fascine d'erba come tetto, infine aveva iniziato a coltivare un orto e ad allevare animali da cortile per garantirsi un pò di sostentamento. Nel paese all'inizio pensavano fosse solo una delle sue solite stravaganze, in fondo la sua villa era stata costruita a forma di viso umano, il parco vedeva crescere praticamente tutti i tipi di piante ed arbusti che fosse riuscito a farsi portare dai vari angoli del mondo e tra le donne girava la voce che a letto avesse gusti particolari. I cuochi in particolare avevano molti aneddoti da raccontare circa i suoi gusti culinari, niente di cui stupirsi, quindi, che avesse deciso di distruggere tutto e vivere come i contadini nelle campagne circostanti. Tutti suoi beni furono venduti o regalati, comprese le preziose spade del miglior acciaio magico che fosse mai stato forgiato e la mitica armatura del demone bianco. Ciò che gli rimaneva era solo ciò che aveva addosso in quel momento: un paio di pantaloni, una casacca, un mantello e un paio di stivali di cuoio.
Prima di quel giorno nessuno l'aveva più visto e quando il gestore del bazaar l'aveva visto entrare, dapprima non l'aveva riconosciuto e aveva mandato il suo garzone a chiamare le guardie. Tutto quello che comprò fu qualche seme per far crescere dei nuovi ortaggi e il mangime per le galline. Uscendo incrociò quello che sarebbe diventato il suo problema più grande da un giorno all'altro: Friederich Heisenmork. L'uomo era vestito di verde quando entrò nel negozio, seguito dalle due guardie che erano sempre con lui, il dialogo col commerciante fu breve e duro e Heisenmork uscì praticamente subito. Rincorse lo straccione che aveva incrociato, si chinò, raccolse un sasso e lo lanciò verso la nuca dell'uomo. Enrich cadde al suolo e subito le due guardie lo issarono per le ascelle trascinandolo verso l'edificio che fungeva da prigione. Una volta dentro Heisenmork fece portare Enrich nel suo ufficio speciale e lo fece accomodare su una sedia di legno piallata male e piena di schegge e bozzi. "Dove credevi di scappare con quella roba che avevi rubato?" Esordì col tono di un cane rabbioso Heisenmork "Io non ho rubato niente, capitano" rispose con serenità l'altro. "Uno come te non ha niente con cui potersi comprare quello che avevi tu e messer Figengartz non è noto per fare l'elemosina. Quindi tu, quella roba, l'hai rubata." Riprese il capitano. "Non ho mai rubato niente in vita mia e non inizierò a farlo proprio ora, signore. Ma se credete che io abbia rubato quei sementi, allora riportateli pure al signor Figengartz." La remissività delle risposte di Enrich stava innervosendo ulteriormente il capitano Heisenmork, il quale estrasse dalla cintura il suo manganello e iniziò a picchiare l'uomo che aveva davanti a se, gridando: "COME TI PERMETTI DI CONTROBATTERE O DI RISPONDERE, CANE! QUELLI COME TE DOVREBBERO ESSERE MESSI AL ROGO! BRUCIATI PER RIPULIRE QUESTA CITTA'!" Enrich subiva tutte le percosse senza possibilità di difendersi, visto che era stato legato con le braccia dietro la schiena e le gambe erano incatenate al pavimento. Quando il capitano ebbe scaricato tutta la sua rabbia, fece sbattere Enrich sul selciato fuori dalle prigioni. Benchè contuso e ferito Enrcih era ancora vivo, ma la vita stava velocemente scemando da lui. Tutti quelli che passavano vicino a lui si allontanavano, lo evitavano o evitavano di guardarlo. Nessuno si fermava, seppure l'uomo chiedesse aiuto. Solo una donna, una giovane serva di un signorotto del paese che abitava vicino al parco, si fermò e, sebbene Enrich fosse ricoperto di sangue e sporcizia, lo aiutò ad alzarsi e lo portò verso la capanna. Giunti nell'umile stamberga lo depose sul letto e corse a cercare qualcosa per medicarlo, ma non trovò nulla; fu tentata di andare fino alla tenuta del suo datore di lavoro, ma ormai era troppo tardi, Enrich spirò, ma col sorriso sulle labbra, e a lei non rimase che seppellirlo nel parco. Tornata nella capanna a recuperare il proprio scialle, notò un libro di pelle appoggiato vicino alla testata del letto. Lo raccolse e lo aprì. Le parole erano vergate in bella grafia, o almeno così parve alla ragazza poichè, essendo analfabeta, non sapeva cosa vi era scritto. Decise però di tenerlo e lo portò con se alla tenuta. Pochi giorni dopo, il figlio maggiore del padrone di casa, entrando a fare un sopraluogo delle stanze, per accertarsi dello stato di manuntenzione delle stesse, notò il libro sul comodino della serva e, incuriosito, iniziò a leggerlo. Tanto era assorto nella lettura che non si accorse che la giovane era entrata nella stanza. Colto in fallo, si scusò e le chiese dove avesse trovato quel manoscritto; lei gli raccontò di Enrich e della sua morte, il giovane allora chiese se poteva finire di leggere quello che si era rivelato essere il diario di colui che tutti in città chiamavano "l'Eremita", lei acconsentì, ma alla condizione che lo leggesse solo in sua presenza, così da poter anch'ella comprendere quello che vi era scritto. Da quel giorno, ogni giorno, i due giovani si trovavano nella stanza della ragazza a leggere le riflessioni di Enrich e, pian piano, giunsero a comprendere perchè lui si fosse isolato da tutto e da tutti. Il giorno dopo andarono entrambi nel parco e vi iniziarono a costruire una capanna per la ragazza. Da quel giorno, fino all'anno successivo nessuno li vide più. Quando tornarono in paese nessuno li riconobbe e le guardie riservarono loro lo stesso trattamento a cui era stato sottoposto Enrich. Anch'essi, però, furono soccorsi e morirono sereni nella propria capanna e coloro che li soccorsero trovarono il diario e seguirono le orme di Enrich. Ogni anno qualcuno intraprende la strada dell'Eremita, ma nessuno di loro ne potrà parlare, perchè porta con se il segreto più grande. Solo Enrich riuscì a spiegare e solo lui continuerà a farlo. Ogni anno.
2月1日 Il viaggio di un inconsapevole manipolatore di magia "Non approveranno mai, e lo sai" Il tono di Jarmond Crishon non lasciava adito a dubbi, era preoccupato. "Non mi interessa. Che disapprovino pure!- Trish Cameron era la personificazione della cocciutaggine- il mio lavoro non può essere buttato all'aria solo per meschine manipolazioni etiche!" I due uomini erano seduti da due ore nel parco centrale del villaggio e ora che il Sole stava tramontando, si stavano accendendo i pochi lampioni che ancora funzionavano dopo la distruzione della centrale petrol-magica, ovvero quelli alimentati direttamente dai flussi energetici del suolo. La poca luce rendeva tutto più surreale di quanto già non fosse, il grosso incantatore e il minuto evocatore sembravano usciti dalle nebbie stellari, tanta era l'umidità appiccicata sulle loro vesti, rosse e blu per il primo, verdi e marroni per l'altro. "Non è una questione etica, Trish! - il tono di Jarmond era sempre più preoccupato, tanto che la pietra umorale sulla sua fronte prese a brillare di un cupo blu notte- tu giochi con forze ed energie che nessuno ha mai usato!" "So quello che faccio! L'evocazione non è un gioco, solo che voi incantatori non lo volete capire! - il piccolo Trish era balzato giù dalla panchina come un fulmine ed era rosso dalla rabbia- Sto cercando di migliorare la situazione e tu prendi le loro parti! Un gioco! Uhmpf! Sei tu che giochi! Ti trastulli con le tue lucine e la chiami magia!" "Trish, smettila di urlare. -disse sottovoce l'incantatore- Voglio solo chiederti di stare attento. Non sai fino a che punto potrai sfruttare quelle creature e se saranno sempre docili, in fondo vengono da un altro Piano..." "Tutte le evocazioni richiamano creature da altre dimensioni o altri Piani! Se Astorius si fosse spaventato..." "Non tirare in ballo Astorius!- la pietra di Jarmond divenne improvvisamente bianca, ora era la saggezza a prendere il sopravvento- Egli ci ha guidato all'inizio della nostra storia e senza di lui non sapremmo nulla. Tu non sei Astorius, tu sei Trish Cameron. Evocatore Giovane della Congrega di StampTown. E ricorda che ogni tua azione, ricadrà su tutto il Circolo." "Il Circolo, la Congrega! Niente più di vecchi che si crogiolano nelle scoperte degli altri! La magia è scienza, dobbiamo..." "Buonanotte Trish, stai diventando fastidioso." Detto questo Jarmond si alzò e si diresse verso la sua abitazione lasciando l'evocatore da solo alla scarsa luce dei lampioni. Trish guardò allontanarsi quell'uomo alto, che dimostrava si e no una quarantina d'anni, quando in realtà ne aveva già più di sessanta, chiedendosi perchè non volesse capire ciò che lui stava facendo; appena l'incantatore sparì dalla sua vista, anch'egli si diresse verso casa sua, dove lo aspettava un pasto caldo e il suo assistente. Quella notte avrebbe provato a portare più di due creature nel suo circolo d'evocazione e testare se la sua teoria fosse valida. Appena finito di mangiare, chiamò Elmund, l'assistente, nel laboratorio ed insieme iniziarono a preparare tutto il necessario per l'esperimento. Quando ebbero finito Trish recitò le formule di rito, Elmund prese posto vicino al circolo con in mano la bacchetta dei dardi, tanto per essere sicuri. Ciò che accadde in seguito, Trish sta ancora cercando di spiegarselo: il pavimento con disegnato il circolo si staccò da terra e si rovesciò in testa al povero Elmund, o così parve all'evocatore. Al giovane assistente invece successe qualcos'altro. Il pavimento effettivamente si staccò, ma quando fu sopra di lui, Elmund vide solo un cerchio blu che lo sovrastava. E poi si trovò in un enome spazio aperto. Intorno a lui era giorno, un giorno molto soleggiato e lui era in piedi su una collina completamente brulla. Intorno a lui tutto quello che poteva vedere era gigantesco, dai sassi, alle creature. Anche se di questo tipo non ne aveva mai viste: nere, con delle mandibole davanti alla bocca, un corpo tripartito e 6 zampe. Sembravano affiorare da un enorme buco nel terreno, tutte insieme, tutte in fila e puntavano su di lui. Elmund alzò la bacchetta, pronunciò le parole e si trovò con in mano un inutile pezzo di legno. Non c'era magia lì. I dardi non partivano, gli incantesimi per proteggersi, rendersi invisibile, volare, correre, niente funzionava. E le creature si avvicinavano. Il ragazzo si voltò e iniziò a correre dalla parte opposta, inciampando, rotolando, ma sempre scappando. Arrivò al limitare di quella che a lui sembrava un intricata foresta di strane piante tutte verdi, ci si infilò, sicuro che lì non l'avrebbero preso. E infatti non lo presero. Lo prese qualcos'altro. Un getto d'acqua proveniente dall'alto, acqua giallastra, puzzolente, seguita da una tempesta di terra che travolse Edmund mandandolo lontano. Quando si rialzò, mezzo affogato e sporco di terra, fu preso dal terrore: davanti a lui c'era una strana caverna con l'ingresso a bifora che sembrava respirare, le sue pareti erano umidicce e pulsavano, come se stessero annusandolo. Elmund retrocedette un pò e quello che vide lo spaventò ancora di più. La caverna era attaccata a un essere mostruoso, era il suo naso. E stava annusando lui. Poi il mostro parlò. O così parve all'assistente evocatore, perchè lui quella lingua non la capiva, tutta fatta di strani suoni simili allo sbuffo sordo e greve di una Ferromobile a vapore. Ma qualcuno doveva capire quella lingua e un essere ancora più titanico arrivò al fianco del primo. Dalla prospettiva di Elmund quel gigante toccava il cielo. Era bipede, a differenza del primo, e pareva indossasse dei vestiti. Sembrava non vedere il ragazzo, a differenza della creatura pelosa, ma Elmund lo vedeva benissimo. Un tremendo pensiero attraversò il cervello del ragazzo: forse era morto e ora era nella terra dei Giganti a scontare la pena per aver aiutato Trish a fare esperimenti non approvati. Comunque non poteva rimanere lì, doveva fuggire. E lo fece. A gambe levate si diresse verso una parete rocciosa che vedeva di lontano, la scalò e si trovo su un altipiano completamente liscio. Davanti, dietro e intorno a lui solo strapiombi che tornavano nella foresta verde e, in lontananza, un altro altipiano, identico a quello dov'era lui. Sullo sfondo si parava qualcosa di mai visto: un enorme, come definirlo? Palazzo? Edificio? Castello? Elmund non sapeva cosa fosse, ma vide che c'erano altri giganti lì, e rumore, tanto rumore. Quando meno se l'aspettava davanti a lui, sull'altipiano, si posò una delle creature che Trish richiamava ultimamente...come le chiamava? Lampioniche? No...Lantenele? No, no...LUCCIOLE! SI! Solo che quella non emetteva luce, almeno non sotto tutto quel Sole! Una tremenda consapevolezza si impadronì ora di Elmund: non era morto, era finito nel mondo natale delle Lucciole. E qui non erano altro che insetti. E lui era bloccato lì. Per sempre. Decise di avvicinarsi all'animale. Questo non si mosse, come non si mosse neanche quando lui vi salì sopra. Era morta. La sua unica possibilità di andarsene da quel cortile- si perchè allora quello doveva essere se non aveva sbagliato i calcoli- era morta davanti a lui. Senza cibo, sporco e circondato ovunque da esseri più grandi di lui e che sicuramente lo avrebbero ucciso, visto che non aveva a disposizione nemmeno la magia, Elmund si lasciò andare a un pianto disperato. Quando rialzò la testa era di nuovo nel laboratorio di Trish e col suo Maestro c'erano tutti i vecchi della Congrega di StampTown. "Elmund! Ma dove ti eri cacciato?!" Esordì con sicumera Trish. "Dove mi ero cacciato? Mi ero cacciato nel mondo in cui tu mi hai spedito!- disse rivolto all'evocatore, poi, rivolgendosi alla Congrega- Questo incosciente, invece di richiamare creature da altri luoghi, ci ha spedito me e io per poco non ci sono morto! Ero in un mondo senza magia, ed ero più piccolo di un insetto e..." "Affascinante!- era stato Esculapius Devincus, il capo della Congrega a parlare- Eccezionale! Signor Cameron, lei ha scoperto un'altra applicazione della magia! Fantastico!" "Fan..fan..fantastico?! Io ci stavo morendo laggiù- Elmund si sentiva oltraggiato- vo..voi no..non potere elogiare lui per..." "Signor Elmund- intervenne Jarmond- veda la nota positiva di tutto questo..." "ME NE VADO! SIETE DEI PAZZI! PAZZI!!" Detto questo Elmund uscì dal laboratorio e nessuno a StampTown lo vide più. Nè in altri luoghi. Ma forse, se guardate con attenzione nel vostro giardino, potreste trovarci un omino tutto viola che scappa dalle formiche....
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